Pepecchio

Lo spirito sfranto dei tempi

Primismo

Prima gli abitanti del pianeta Terra.

Prima prima però gli italiani.

Ma prima prima prima i pugliesi.

E prima prima prima prima i locorotondesi.

Benché prima prima prima prima prima debbano venire i locorotondesi del centro storico.

E soprattutto prima prima prima prima prima prima i locorotondesi del centro storico che risiedono in via Morelli 34.

Sanremo per me

Mi piace Sanremo.

Non è sempre stato così. Sono stato un giovane contestatore anch’io e l’orchestra con il chitarrista che faceva gli assoli seduto sulla sedia come fosse ad una cena di gala non mi prendeva granché bene.

Ma poi il tempo ti attraversa e molte delle canzoni che passavano da quelle parti hanno acquistato un senso diverso. Non è (solo) nostalgia. È anche capire con colpevole ritardo che lì dentro c’era un racconto di quegli anni che certamente non era stato scritto solo per me (e io a sedici anni volevo che la musica fosse solo e tutta mia) ma sulle cui note io ho passeggiato anche non volendo.

Qui di seguito le mie 10 preferite di sempre raccolte tra quelle che ho ascoltato da quando ho memoria del Festival.

 

Anna Oxa, È tutto un attimo (1986)

Messa dentro solo per il pezzo del testo che dice “io vivo dentro e vivo fuori è tutto un attimo” che è quello che io tento di fare quotidianamente ovunque mi trovi. Mischiare tutto, alto e basso, L’allenatore nel pallone e Sorrentino, Luca Carboni e Frank Ocean, provare a possedere uno sguardo leggero ma anche profondo sulle cose che accadono. È veltronismo in purezza.

 

 

Luca Barbarossa, Via Margutta (1986)

Subito dopo questa canzone iniziai a presentarmi alle feste con una giacca a quadretti (verde acqua, terribili) sopra ai jeans sentendomi fighissimo

 

Fiorella Mannoia, Quello che le donne non dicono (1987)

Mi dicevo “se un uomo ha scritto una delle canzoni che parla di donne che più piace alle donne forse è il caso di conoscerla bene”.

 

Gerardina Trovato, Ma non ho più la mia città (1993)

Momento “pigliamo, cambiamo tutto e facciamo la rivoluzione”: 22 anni e non avevo più la mia città.

 

Carmen Consoli, Amore di plastica (1996)

Questa vince”, guardando negli occhi i miei coinquilini con i quali dividevo l’appartamento. Fu eliminata la prima sera.

 

Niccolò Fabi, Lasciarsi un giorno a Roma (1998)

La canzone da far ascoltare a chi ti dice che a Sanremo vanno solo canzoni scritte male.

 

Subsonica, Tutti i miei sbagli (2000)

I tre microfoni attaccati con il nastro adesivo

 

Deasonika, Non dimentico più (2006)

Una delle canzoni che passavano alla radio quella notte che mi aprì gli occhi

 

Malika Ayane, Come Foglie (2009)

Qui non trovo il video di Sanremo. E comunque il verso “è un inverno che va via da noi e allora come spieghi questa maledetta nostalgia” vale un sacco.

 

Tiziana Rivale, Sarà quel che sarà (1983)

Perché mi ricorda una domenica mattina, io vestito per andare in chiesa e mia madre in cucina che ascolta al GRradio la canzone di chi ha vinto Sanremo perché “non ce l’ho fatta ad arrivare alla fine”.

Il nostro meglio del 2016

Il classico post con il nostro meglio di canzoni e libri dell’anno che sta per finire e che possono essere anche un utile consiglio last minute per i regali di Natale.

Grazie agli amici che lo hanno voluto scrivere con me: in corsivo qualche loro commento.

 

Tiziana

Canzoni

You want it darker – Leonard Cohen

Seed justice – Neil Young

Lazarus – David Bowie (anche un po’ come tributo)

Libri

Kobane Calling (e tutti gli altri album che ha fatto) – Zerocalcare

La paranza dei bambini – Roberto Saviano

Gli aspetti irrilevanti – Paolo Sorrentino (a dire il vero non l’ho ancora letto ma Sorrentino come scrittore lo amo)

Stoner – John E. Williams (che però non è del 2016 ma essendo il romanzo per eccellenza, cioè il prototipo del romanzo perfetto secondo me, vale per ogni anno)

 

Mauro

Canzoni

Go – The Chemical Brothers

Dipende da te – Perturbazione

Cohiba – Daniele Silvestri (ma non perché è morto Fidel Castro)

Libri

Io uccido – Giorgio Faletti

Fuori da un evidente destino – Giorgio Faletti

La ferocia – Nicola Lagioia (ma è in progress)

 

Franco

Canzoni

London thunder – Foals

Le voci – Cosmo

No sleep til cleveland – Prophets of Rage

Libri

Le solite sospette – John Niven

La verità, vi spiego, sull’amore – Enrica Tesio

Stronzate che capitano quando non muori giovane – Jerry Stahl

 

Ninni

Canzoni

Silence Is the Way – Miles Davis & Robert Glasper feat. Laura Mvula

Am I Wrong –  Anderson.Paak

A Mineral Love – Bibio

Libri

Miles on Mavis. Incontri con Miler Davis – Paul Maher Jr. e Michael K. Dorr

Otis Redding. La musica è viva – Alberto Castelli

Storia del rock in dieci canzoni – Marcus Greil e S. Reggiani

 

Francesco

Canzoni.

Qui è sempre dura scegliere.

Ti elenco quattro pezzi che raccontano e che hanno accompagnato, dall’inizio alla fine, (in quest’ordine) il mio 2016. Nel bene e nel male.

Persone, posti, emozioni, abbracci, sorrisi baci e lacrime. E’ tutto qui.

Everything Trying – Damien Jurado

Eva – Giovanni Truppi

Tu no (Bobo canta Ciampi) – Bobo Rondelli

Era solo ieri – Diego Mancino

Libri

Cinque indagini romane per Rocco Schiavone – Antonio Manzini

Il teatro è un’assemblea che ha al centro l’uomo – Toni Servillo

L’arte di correre – Murakami Haruki

 

Valerio

Canzoni

Revolution radio – Green Day

Tra di noi – Tiromancino

Lontano da tutto – Niccolò Fabi

Libri

Il coraggio di essere liberi – Vito Mancuso

Le otto montagne – Paolo Cognetti

L’altro capo del filo – Andrea Camilleri

 

Martino

Canzoni

Tra la strada e le stelle – Thegiornalisti

Le barche – Calcutta

Sunset on M. – Dardust

Libri

Il desiderio di essere come tutti -Francesco Piccolo

Esche vive – Fabio Genovesi

 

Pepecchio

Canzoni

Completamente – Thegiornalisti

Can’t stop the feeling – Justin Timberlake (canzone dell’anno per la pupattola)

Regata 70 – Cosmo

Man Down – Inude

Libri

Quello che più mi ha fatto sorridere: L’amore è eterno finché non risponde – Ester Viola

Quello che più mi ha fatto pensare: Novantatrè. L’anno del terrore di Mani Pulite – Mattia Feltri

Quello che più mi ha tirato dentro: 7-7-2007 – Antonio Manzini

Quello più bello di tutti: Le otto montagne – Paolo Cognetti

Manifesti

Vivo al Sud.

Vivo in un piccolo paese del Sud.

Dove si utilizzano ancora i manifesti mortuari per annunciare la perdita di un caro.

Ogni mattina, subito dopo l’acquisto del quotidiano e la chiacchiera con l’edicolante, sulla strada che mi porta a casa di mio padre mi imbatto in una bacheca di affissione.

E lì mi fermo a leggere. A leggere ed osservare i manifesti mortuari facendomi catturare dalle fotografie impresse. Non perché mi fanno ritornare presente chi è venuto a mancare, il momento in cui ci si è incontrati l’ultima volta, cosa ci siamo detti: qui ci si conosce più o meno tutti in un modo o nell’altro.

Quello su cui viaggia il mio pensiero guardando quelle foto è il momento stesso in cui è stata scattata. Perché i parenti, tra le decine di immagini, hanno scelto proprio quella e allora quel momento lì per loro, per chi ha scelto, avrà avuto un significato particolare, anche fosse solo un motivo di banale fotogenia.

Ma io penso a chi non c’è più. Alla consapevolezza che non abbiamo quando ci viene scattata quella foto. Che sarà l’immagine con cui gli altri ci ricorderanno.

E cosa farei quindi se fossi cosciente di diventare quella cosa lì per sempre.

Mi vestirei più elegante? Mi pettinerei i capelli in una maniera più consona? Mi taglierei la barba? Eviterei quel sorriso imbarazzato di quando sono costretto a mettermi in posa e non ne ho voglia? Mi proporrei di tre quarti mettendo in bella mostra l’orecchino così tutti, guardando il mio manifesto funerario appiccicato sulla stessa bacheca che sto osservando adesso, potranno pensare “guarda questo qui che figo: è morto a 98 anni e ancora portava l’orecchino” (sì, voglio morire a 98 anni e sembrare figo). Opterei per un primo piano stretto o per un click a qualche metro di distanza? Fiero con le spalle dritte e petto infuori o dimesso e incurvato sotto il peso di quell’obiettivo fotografico e del destino di quella foto? Uno scatto sincero o con qualche ritocchino-ino-ino di photoshop?

O non mi farei fotografare per niente sapendo che quella immagine, piuttosto che prendere polvere in un album fotografico dimenticato in chissà quale tiretto, sarebbe destinata a sovrapporsi, cancellandoli, ai ricordi di chi mi ha conosciuto?

Ecco, non lo so.

E la cosa bella è che non lo voglio neanche sapere perché ne mancano ancora 52 a 98.

Forever young

Mi è presa una botta di nostalgia.

La crisi di governo, 26 delegazioni in fila per essere ascoltate dal Presidente della Repubblica, Lorella Cuccarini ed Heather Parisi in tivù, il ritorno ormai incontenibile dei risvoltini, la Juve che vince. Manca solo il sabato sera d’inverno, il pigiama sul termosifone, una vasca da bagno, io e mio fratello ficcati dentro a immaginare le finali dei 100 stile, il profumo di borotalco per tutta la casa. E mia madre: che quella mi manca per davvero.

Colonna sonora (personalissima) di quei brufoli lì.

1982

1983

1984

1985

ma anche (veltronismo)

1986

1987

1988

Poi sono diventato grande, mi è cresciuta la barba e sono spariti i brufoli.

Ritornare simpatici

È una battuta di Oscar Farinetti e forse la spia di qualcosa di più profondo che va parecchio dritto alla sostanza delle cose.

Abbiamo perso il referendum anche (ho scritto: anche) perché stiamo sui cabasisi ad un sacco di persone?

Secondo me sì.

È vero, siamo stati sulle palle da sempre ad un pezzo del nostro stesso partito e della sinistra. Ma era logico: dopo lustri di attesa era arrivato il loro turno sulla giostra e gli si è fatto saltare in aria il luna park. Non l’hanno presa bene e se la sono segnata.

Poi però qualcosa è cambiato e molto si è aggiunto.

Si è andati al governo, se ne sono infilate diverse buone (con le condizioni date) mentre su alcune si è cincischiato o si è andati con il freno a mano tirato.

A questo punto invece di dire sinceramente “ragazzi questo è il meglio che possiamo fare adesso magari ci date una mano e si riesce a fare di più” o anche, avendo più senso della realtà e pelo sullo stomaco “è vero noi avevamo promesso di farlo in un altro modo ma pensavate che X e Y venissero a dare la fiducia gratis?” ci siamo ritrovati rinchiusi in curva con la sciarpa dell’ultras attorno al collo a difendere cose anche non di molto buon senso (viste dall’esterno).

In pratica ci siamo incartati in una narrazione slegata, a tratti, dai fatti.

E ora? Come si ritorna simpatici o quantomeno “diversamente antipatici”?

Secondo me con tre mosse:

  1. Ammettere di aver perso e in questo, bisogna riconoscerlo, Renzi è il numero 1 in Italia: anche perché gioca da solo nella categoria. Gli altri, quando perdono o “non vincono”, fanno come Fonzie (video alla fine).
  2. Uscire dalla bolla, comprare un paio di scarpe comode ed andare ad incontrare le persone, soprattutto quelle che hanno votato no al netto degli hooligan (ci sono da una parte e dall’altra ma sono solo rumore sui social), ascoltare, ascoltare e ancora ascoltare, confrontarsi per capire cosa c’è in mezzo a quel mare lì.
  3. Noi siamo i buoni? Vediamo di dimostrarlo.

 

P.S.

Astenersi da commenti: anime belle e benaltristi

 

Giancla

Abbiamo fatto un pezzo di strada assieme.

Forse il pezzo che più ci ha cambiato politicamente: non fosse altro perché ci ha fatto incontrare.

Era iniziato tutti qui: sono andato a cercare un tuo vecchio post.

Ti sia lieve la terra Giancla.

 

Mi raccomando, non personalizziamo

Ho letto negli ultimi giorni alcune interviste al senatore Quagliarello.

Il senatore ci teneva a motivare la sua campagna per il No alla Riforma Costituzionale affermando che i costi della politica restano intatti, che stiamo andando a votare una Riforma di parte e che siamo chiamati a votare contro l’arroganza.

Volevo chiedere, da fesso che sono, ma se la Riforma  era una così brutta cosa (legittimo pensarlo ed agire di conseguenza) perché il senatore Quagliarello nelle 3 votazioni finali al testo di Riforma Costituzionale si è espresso le prime 2 volte a favore (seduta n. 303 del 08/08/2014 e seduta n. 522 del 13/10/2015) e nell’ultima (seduta n. 563 del 20/01/2016) si è proprio assentato?

Così, per capire.

 

Sì, perché non voglio salvarmi

Mi piace la politica.

Mi piace discutere di politica.

Sono cresciuto con mio padre che mi portava alle riunioni del suo partito: erano stanze fumose dove si parlava di cose che non capivo ma che mi piacevano perché venivano sputate con una foga mista ad entusiasmo, la sigaretta a mezza bocca, tentando di convincersi l’uno con l’altro attraverso ragionamenti che mi sembravano assurdi nei toni (urlavano tutti) ma al tempo stesso concretissimi (alla fine si stringevano le mani). Duravano ore. A volte mi è capitato di addormentarmi su un divano di velluto verde. Altre passavo il tempo a raccattare cicche spente da un posacenere di marmo appoggiandole di nascosto sul labbro per mimare meglio i gesti di quegli adulti che mi sembravano così grandi. Quei modi di fare li ho sentiti subito miei e li ho coltivati.

Ho ucciso mio padre con la politica. Meglio. Ho tentato di uccidere mio padre con la politica. Per emanciparmi, uscire al mondo da solo, fargli capire in qualche modo che crescevo. È  per questo che il mio primo voto fu comunista, una settimana dopo Tienanmen, nel 1989, quando lui era sindaco a capo di un monocolore democristiano. Ma non l’ho ucciso, non l’ho neanche ferito. Anzi, quando sono passati un po’ di anni ho capito che la pistola in mano me l’aveva messa lui, l’aveva caricata a salve congegnando il piano perfetto di allevare due figli con cui poter passare il tempo della sua vecchiaia a discutere di politica.

Ho allacciato, con la politica, le amicizie di una vita. Ci siamo presi, lasciati, incazzati, abbracciati, ripresi, rilasciati come dei fidanzanti cretini e quando ci vediamo, più raramente di prima ma ci vediamo, litighiamo ancora e magari le persone che ci stanno attorno in quel momento si spaventano pure pensando che la discussione possa degenerare, ma noi lo sappiamo che non sarà così: è solo il gioco infantile fatto da adulti di gareggiare a chi ce l’ha più lungo.

Posso quindi dire, con esattezza, che tutta la mia esistenza è stata permeata dalla politica. Non so se sia stato un bene o un male ma è così. Certo, adesso non mi chiudo in casa per vedermi Santoro in tivù e quando la mattina vado in edicola a comprare il giornale comincio a sfogliarlo partendo dalle ultime pagine. Insomma, la prendo un po’ più larga. Però la bestia è lì. Sotto la cenere.

E allora quando è iniziato l’iter di riforma costituzionale ho cominciato ad informarmi, ho cercato di capire, ascoltare e leggere pareri differenti. Insomma, formarmi nel tempo un’opinione.

In queste ultime settimane ho iniziato a seguire un po’ di confronti. È un referendum. Ci sono due posizioni in gioco. Dentro o fuori. Sì o no. Non dovrebbe essere molto complicato argomentare il perché si dovrebbe votare in un senso o nell’altro.

E invece mi sono accorto che una parte ha impostato la propria campagna referendaria sul concetto di barbarie. Chi è per il Sì, la tocco piano, scusatemi per questo ma facciamo a capirci, allora chi è per il Sì dicevo è un barbaro oppure un vassallo del potere oppure un pezzo organico alla formazione di una nuova dittatura oppure un suddito della JP Morgan, colei che per alcuni ha effettivamente scritto la legge di riforma costituzionale, oppure un pupazzo manovrato che non si rende conto del disastro che verrà oppure una persona senza scrupoli e dai principi corrotti.

Se non credete a quel che scrivo potete tentare un esperimento sociale: andate sul vostro profilo Facebook ed inserite secco come status un bel “ho deciso: al referendum voterò sì”. In un’oretta (se siete di sinistra ed avete amici social di sinistra sinistra e/o cinquestelle e/o complottisti anche in mezz’ora) avrete ottenuto un discreto numero di quei commenti.

Ecco, tutto questo mi ha iniziato a creare non poco disagio.

Capisco la contesa politica dura, aspra ma non comprendo l’identificare intenzionalmente la parte avversa, qualunque essa sia, come una usurpatrice, una roba zozza e sporca, qualcosa che non dovrebbe esistere in un consesso democratico. Perché quando dal merito delle cose si passa al retropensiero, al sospetto, alla linea tirata per terra ad indicare che chi è dalla mia parte è nel giusto e chi dall’altra nel torto non credo che si possa fare molta strada.

Allora ho maturato un piccolo ragionamento difensivo, sicuramente scemo, ma che mi ha aiutato a venire fuori dalla secca emotiva nella quale mi sono ritrovato.

Voterò Sì.

Ma non (più) per una convinzione sul merito (che più ci avvicineremo al voto e meno fregherà a tutti), né per quel senso politico di responsabilità che mi si è tatuato addosso ad una certa età (invecchio e mi addolcisco: è un fatto) facendomi sempre votare con molta coscienza e leggerezza il partito di sinistra con le proposte più concrete e meno velleitarie, né perché penso sempre, in maniera molto infantile, che il futuro e le cose che verranno saranno più interessanti (belle o brutte che siano) di quelle che ci lasciamo dietro.

Voterò Sì semplicemente perché non voglio salvarmi, perché non sono un puro, perché voglio essere complice di quello che accade, perché preferisco la fragilità delle cose che si fanno con grande affanno al fascino inossidabile di chi la sa da sempre più lunga di tutti.

6 cose che impareremo, prima o poi

Comunque vada a finire, con un po’ di fortuna e di intelligenza da parte di tutti, quello che sta accadendo a Roma potrebbe essere utile e farci imparare qualcosa.

  1. Googlare non significa amministrare;
  2. Amministrare è diventare adulti, scendere dai tetti, smettere di urlare, sporcarsi le mani per cercare soluzioni possibili;
  3. Le idee sono buone o cattive solo se confrontate con la prova dei fatti: il resto è chiacchiericcio da limoncello post cena di fine estate;
  4. La guerra dello specchio riflesso (“tu puzzi”, “tu puzzavi da prima”, “ma tu puzzi puzzi”, “e tu allora puzzi puzzi puzzi”) allontana dalla politica le persone capaci lasciando tutto lo spazio ai professionisti del ring;
  5. L’informazione di garanzia è uno strumento che serve a tutelare la persona sottoposta ad indagini preliminari. Chi lo utilizza per scopi politici è un mentecatto;

6. La vita è, anche, quella cosa che accade quando siamo fuori dai social network.

 

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