Pepecchio

Lo spirito sfranto dei tempi

Giancla

Abbiamo fatto un pezzo di strada assieme.

Forse il pezzo che più ci ha cambiato politicamente: non fosse altro perché ci ha fatto incontrare.

Era iniziato tutti qui: sono andato a cercare un tuo vecchio post.

Ti sia lieve la terra Giancla.

 

Mi raccomando, non personalizziamo

Ho letto negli ultimi giorni alcune interviste al senatore Quagliarello.

Il senatore ci teneva a motivare la sua campagna per il No alla Riforma Costituzionale affermando che i costi della politica restano intatti, che stiamo andando a votare una Riforma di parte e che siamo chiamati a votare contro l’arroganza.

Volevo chiedere, da fesso che sono, ma se la Riforma  era una così brutta cosa (legittimo pensarlo ed agire di conseguenza) perché il senatore Quagliarello nelle 3 votazioni finali al testo di Riforma Costituzionale si è espresso le prime 2 volte a favore (seduta n. 303 del 08/08/2014 e seduta n. 522 del 13/10/2015) e nell’ultima (seduta n. 563 del 20/01/2016) si è proprio assentato?

Così, per capire.

 

Sì, perché non voglio salvarmi

Mi piace la politica.

Mi piace discutere di politica.

Sono cresciuto con mio padre che mi portava alle riunioni del suo partito: erano stanze fumose dove si parlava di cose che non capivo ma che mi piacevano perché venivano sputate con una foga mista ad entusiasmo, la sigaretta a mezza bocca, tentando di convincersi l’uno con l’altro attraverso ragionamenti che mi sembravano assurdi nei toni (urlavano tutti) ma al tempo stesso concretissimi (alla fine si stringevano le mani). Duravano ore. A volte mi è capitato di addormentarmi su un divano di velluto verde. Altre passavo il tempo a raccattare cicche spente da un posacenere di marmo appoggiandole di nascosto sul labbro per mimare meglio i gesti di quegli adulti che mi sembravano così grandi. Quei modi di fare li ho sentiti subito miei e li ho coltivati.

Ho ucciso mio padre con la politica. Meglio. Ho tentato di uccidere mio padre con la politica. Per emanciparmi, uscire al mondo da solo, fargli capire in qualche modo che crescevo. È  per questo che il mio primo voto fu comunista, una settimana dopo Tienanmen, nel 1989, quando lui era sindaco a capo di un monocolore democristiano. Ma non l’ho ucciso, non l’ho neanche ferito. Anzi, quando sono passati un po’ di anni ho capito che la pistola in mano me l’aveva messa lui, l’aveva caricata a salve congegnando il piano perfetto di allevare due figli con cui poter passare il tempo della sua vecchiaia a discutere di politica.

Ho allacciato, con la politica, le amicizie di una vita. Ci siamo presi, lasciati, incazzati, abbracciati, ripresi, rilasciati come dei fidanzanti cretini e quando ci vediamo, più raramente di prima ma ci vediamo, litighiamo ancora e magari le persone che ci stanno attorno in quel momento si spaventano pure pensando che la discussione possa degenerare, ma noi lo sappiamo che non sarà così: è solo il gioco infantile fatto da adulti di gareggiare a chi ce l’ha più lungo.

Posso quindi dire, con esattezza, che tutta la mia esistenza è stata permeata dalla politica. Non so se sia stato un bene o un male ma è così. Certo, adesso non mi chiudo in casa per vedermi Santoro in tivù e quando la mattina vado in edicola a comprare il giornale comincio a sfogliarlo partendo dalle ultime pagine. Insomma, la prendo un po’ più larga. Però la bestia è lì. Sotto la cenere.

E allora quando è iniziato l’iter di riforma costituzionale ho cominciato ad informarmi, ho cercato di capire, ascoltare e leggere pareri differenti. Insomma, formarmi nel tempo un’opinione.

In queste ultime settimane ho iniziato a seguire un po’ di confronti. È un referendum. Ci sono due posizioni in gioco. Dentro o fuori. Sì o no. Non dovrebbe essere molto complicato argomentare il perché si dovrebbe votare in un senso o nell’altro.

E invece mi sono accorto che una parte ha impostato la propria campagna referendaria sul concetto di barbarie. Chi è per il Sì, la tocco piano, scusatemi per questo ma facciamo a capirci, allora chi è per il Sì dicevo è un barbaro oppure un vassallo del potere oppure un pezzo organico alla formazione di una nuova dittatura oppure un suddito della JP Morgan, colei che per alcuni ha effettivamente scritto la legge di riforma costituzionale, oppure un pupazzo manovrato che non si rende conto del disastro che verrà oppure una persona senza scrupoli e dai principi corrotti.

Se non credete a quel che scrivo potete tentare un esperimento sociale: andate sul vostro profilo Facebook ed inserite secco come status un bel “ho deciso: al referendum voterò sì”. In un’oretta (se siete di sinistra ed avete amici social di sinistra sinistra e/o cinquestelle e/o complottisti anche in mezz’ora) avrete ottenuto un discreto numero di quei commenti.

Ecco, tutto questo mi ha iniziato a creare non poco disagio.

Capisco la contesa politica dura, aspra ma non comprendo l’identificare intenzionalmente la parte avversa, qualunque essa sia, come una usurpatrice, una roba zozza e sporca, qualcosa che non dovrebbe esistere in un consesso democratico. Perché quando dal merito delle cose si passa al retropensiero, al sospetto, alla linea tirata per terra ad indicare che chi è dalla mia parte è nel giusto e chi dall’altra nel torto non credo che si possa fare molta strada.

Allora ho maturato un piccolo ragionamento difensivo, sicuramente scemo, ma che mi ha aiutato a venire fuori dalla secca emotiva nella quale mi sono ritrovato.

Voterò Sì.

Ma non (più) per una convinzione sul merito (che più ci avvicineremo al voto e meno fregherà a tutti), né per quel senso politico di responsabilità che mi si è tatuato addosso ad una certa età (invecchio e mi addolcisco: è un fatto) facendomi sempre votare con molta coscienza e leggerezza il partito di sinistra con le proposte più concrete e meno velleitarie, né perché penso sempre, in maniera molto infantile, che il futuro e le cose che verranno saranno più interessanti (belle o brutte che siano) di quelle che ci lasciamo dietro.

Voterò Sì semplicemente perché non voglio salvarmi, perché non sono un puro, perché voglio essere complice di quello che accade, perché preferisco la fragilità delle cose che si fanno con grande affanno al fascino inossidabile di chi la sa da sempre più lunga di tutti.

6 cose che impareremo, prima o poi

Comunque vada a finire, con un po’ di fortuna e di intelligenza da parte di tutti, quello che sta accadendo a Roma potrebbe essere utile e farci imparare qualcosa.

  1. Googlare non significa amministrare;
  2. Amministrare è diventare adulti, scendere dai tetti, smettere di urlare, sporcarsi le mani per cercare soluzioni possibili;
  3. Le idee sono buone o cattive solo se confrontate con la prova dei fatti: il resto è chiacchiericcio da limoncello post cena di fine estate;
  4. La guerra dello specchio riflesso (“tu puzzi”, “tu puzzavi da prima”, “ma tu puzzi puzzi”, “e tu allora puzzi puzzi puzzi”) allontana dalla politica le persone capaci lasciando tutto lo spazio ai professionisti del ring;
  5. L’informazione di garanzia è uno strumento che serve a tutelare la persona sottoposta ad indagini preliminari. Chi lo utilizza per scopi politici è un mentecatto;

6. La vita è, anche, quella cosa che accade quando siamo fuori dai social network.

 

Ieri non sono andato a votare

Ieri non sono andato a votare.

Me l’avessero detto due settimane fa avrei risposto che stavano scherzando.

Avevo letto il quesito, mi ero confrontato via whatsapp con il gruppo di amici storici, condiviso un amaro in un bicchiere di plastica con una persona che stimo e convinto sostenitore del sì, ripescato dalla memoria alcune esperienze lavorative del passato che mi avevano fatto incrociare il mondo delle risorse energetiche nel nostro Paese, analizzato le posizioni dei due comitati.

Pensavo quindi di andare al seggio. E votare no.

Poi tutto, ai miei occhi, è precipitato.

Non mi interessa, non è mio compito né ho le competenze per farlo, indicare di chi siano le responsabilità.

Ho solo assistito alla messa in scena della 198-sima puntata della guerra civile all’italiana.

Che sia un referendum, un campionato di calcio o la scelta di un tipo di caciocavallo le regole d’ingaggio non cambiano.

C’è chi tira una linea, segna il campo, mette i buoni da una parte e i cattivi dall’altra, apre le curve, fa entrare gli ultras e in meno che non si dica tutto viene affogato in un indistinto rumore.

L’oggetto del contendere non conta più nulla.

L’importante è fare la voce più grossa, dimostrare quanto la si sappia più lunga di tutti, imbastire teoremi, retropensieri, insultare.

E io sono stanco.

Stanco e in profondo disagio.

Perché vorrei confrontarmi con chi la pensa in maniera diversa.

Capirne le ragioni  e le scelte che ne conseguono.

Magari le mie convinzioni resteranno intatte ma mi sarà passato tra le dita un pezzo di vita che non è la mia. E ai pezzi di vita si dà rispetto. Da qualunque parte provengano.

Ma questo non è stato possibile.

Non è più possibile.

Per cui ho preferito alzarmi e uscire dal campo.

E ho visto che non ero il solo.

 

P.S.

Non avrei voluto scrivere nulla. Poi mi hanno fatto leggere un post in cui si diceva che chi non è andato a votare poteva e doveva ritenersi un coglione. Non reputandomi tale mi è sembrato giusto scrivere due righe sul mio diario.

 

La vita bellissima

La politica, secondo la mia opinabilissima opinione, serve (anche) a normare esperienze e condizioni di vita che già esistono.

La legge Fortuna-Baslini nel ’70 non ha inventato la separazione tra coniugi ma ne ha normato il divorzio fornendo diritti alla parte più debole della coppia.

La 194 nel ’78 non ha inventato l’aborto ma ha tolto dalla clandestinità e messo in sicurezza l’interruzione volontaria di gravidanza.

Al contrario non avere ancora una legge sul fine vita serve solo a non ascoltare il bip continuo dei respiratori artificiali quando vengono staccati.

O l’aver varato una legge reazionaria sulla fecondazione assistita, smontata pezzo per pezzo dalle sentenze della Corte Costituzionale, ha solo alimentato i viaggi a/r verso paesi più civili.

Il testo di legge Cirinnà in discussione in questi giorni al Senato vuole solo normare qualcosa che è già presente nella vita di tutti i giorni delle persone.

Fatta di profumo di caffè al mattino in cucina, del “sbrigati che facciamo tardi a scuola”, del “che si mangia stasera?”, del tutti seduti sul divano a veder un film, dei carrelli della spesa al supermercato, dell’influenza che ci si attacca e si cura a vicenda, dei viaggi che si pianificano, dei sorrisi che ci si scambia, dei litigi che si fanno solo per abbracciarsi meglio quando si fa pace.

Dei figli che sono di chi li cresce.

Della vita bellissima con le persone che ami.

Auguri

Auguri di buon Natale al nostro Sindaco e a tutta la Giunta Comunale.

Auguri ai consiglieri comunali, di maggioranza e d’opposizione. Di destra, di sinistra e di centro.

Auguri ai numerosi candidati sindaci.

Auguri ai partiti e ai movimenti politici, ai loro militanti e ai loro segretari.

Auguri a tutti quelli che “fanno politica”.

Ma soprattutto auguri a chi ieri ha preso possesso delle nuove case popolari. Ne hanno davvero bisogno visto le condizioni nelle quali le hanno trovate.

Mozione alloro

Seguo con il sorriso le battaglie a suon di commenti su Facebook delle curve schierate a sostegno dei futuri candidati che si preparano a scendere in campo alle prossime amministrative. Con il sorriso perché credo che non portino da nessuna parte se non a radicalizzare lo scontro e a guardarsi sempre più in cagnesco mentre ritengo che abbiamo bisogno di altro.

Vogliamo provare allora a mettere in campo una mozione bipartisan che trovi tutti d’accordo e faccia scattare il gemellaggio?

La chiameremo “mozione alloro”.

Perché al contrario di quello che è stato affermato ieri nella trasmissione Alle falde del Kilimangiaro (a proposito: davvero bravissimi tutti i miei concittadini) nelle nostre gnumeredde suffuchete l’alloro non ci va, non ci è mai andato e mai ci andrà.

Questo non è il Vietnam

La lista 2015, personalissima, di libri da cui attingere per i prossimi regali di Natale.

Regole.

Lista suddivisa in capitoli. Ogni capitolo rispecchia una caratteristica di colui a cui il regalo è destinato. I libri indicati non sono tutti editi nel 2015: ce ne sono di più vecchi (e che costano anche meno).

Il libri andrebbero regalati in coppia: da soli rendono ma leggerli assieme aggiunge tanto.

 

Quelli che “una storia è una storia e il resto sono chiacchiere

Luca Bianchini, Dimmi che credi al destino

Fabio Genovesi, “Chi manda le onde

 

Quelli che “la leva calcistica parecchio dopo la classe ‘68

Nadia Terranova, Gli anni al contrario

Angelo Mellone, Nessuna croce manca

 

Quelli che “Non ci sta un cavallo nelle poesie di Orlando

Maria Nardelli, Vengo a prendere un po’ d’aria

Carver, Blu oltremare

 

Quelli che “peggio di così non può andare

Francesca Fornario, La banda della culla

AA.VV. (a cura di Nicola Lagioia e Cristian Raimo), La qualità dell’aria

 

Quelli che “when we were young

Edoardo Nesi, L’estate infinita

David Nicholls, Un giorno

 

Quelli che “la sera della vigilia di Natale c’ho la partita di calcetto

Giorgio Burreddu, Fabio Cola e Alessandra Giardini, “Vuoto a vincere. Cabrini, Panatta, Chechi e altri campioni dello sport raccontano la paura dopo il successo

Giorgio Terruzzi, “Grazie Valentino. Lettera a un campione infinito

 

Quelle che “allo stronzo gli regalo due libri due da vero stronzo

Diego De Silva, Terapia di coppia per amanti

Francesco Piccolo, La separazione del maschio

 

Quelli che “alla stronza le regalo due libri due da vera stronza

Diego De Silva, Terapia di coppia per amanti

E niente, ci ho pensato un sacco ma non me ne viene in mente nessun’altro.

 

Io non so

Io non so perché accadono tragedie come quella di Parigi.

Io non so perché non ho tutti gli strumenti per poterlo capire.

E anche avendoli forse non capirei lo stesso.

Io non so cosa si dovrebbe fare adesso.

Io non so perché non sono un politico, né un esperto di geopolitica e o di intelligence. Men che meno capisco di strategie militari o bombardamenti e truppe d’assalto.

Io non so ma leggo che tantissimi sanno.

E che si accapigliano e litigano.

Sono ingegneri e sanno come si colpiscono gli obiettivi sensibili del nemico, sono parrucchieri e sanno come si media tra popoli in guerra, sono insegnanti e sanno cosa devono fare i servizi segreti.

E  se invece facessimo tutti un  passo indietro e tornassimo ciascuno al proprio pezzettino?

L’ingegnere fa l’ingegnere, il parrucchiere fa il parrucchiere, l’insegnante fa l’insegnante.

Fidandoci dell’ingegnere quando siamo parrucchieri e dell’insegnante quando siamo ingegneri.

Tenendoci più stretti e uniti.

Che altrimenti non se ne esce.

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