Pepecchio

Lo spirito sfranto dei tempi

Riflusso 2.0

Premessa 1

Questo è un blog, più o meno attivo, da 15 anni. Ha vissuto almeno un paio di vite su altre piattaforme e avuto periodi più o meno lunghi di letargo. I suoi post, alla fine, non sono altro che i puntini che uniscono la linea di un pezzo non piccolo della mia vita. Ne sono affezionato. In fondo è la mia coperta di Linus. È la mia stanzetta con la porta socchiusa da cui, chi vuole, con educazione e rispetto, può sbirciare.

Premessa 2

Non scrivo, qui, da quasi un anno. Forse non ne avevo l’urgenza. Forse non ne avevo il tempo. O la voglia.

O più semplicemente avevo bisogno di tempo per mettere un po’ di ordine tra una serie di appunti che andavo seminando un po’ ovunque nella mia testa. C’era la necessità di aspettare che il vento calasse, il mare si calmasse e la sabbia scendesse sul fondo per poter vedere in trasparenza quella corrente che ci va avvolgendo.

Scusa se non parlo abbastanza ma ho una scuola di danza nello stomaco (Coez)

È venuto fuori qualche giorno fa. Prima una cena con alcuni vecchi amici. Poi Gianna che dice di vedermi “aspè devo trovare le parole giuste, non è disilluso, neanche allineato o sottomesso, forse troppo silenzioso, quasi dimesso; il fatto è che non t’incazzi più per quello che non va, adesso lo fai solo quando gioca la Juve in champions”. Ci ho pensato. Ha ragione (soprattutto sulla Juve in champions). E come sempre è accaduto nelle nostre vite è stata lei, chesaràmai, a farmi capire dov’ero e come ci sono arrivato da quelle parti.

E allora quegli appunti sparsi nel cervello hanno iniziato a prendere una forma, ad incastrarsi l’uno con l’altro, a creare un ordine ed un ragionamento.

Ho capito così di aver deciso, inconsciamente ieri razionalmente oggi, di non voler prendere parte ad un dibattito pubblico che non mi piace.

Non mi piace per i toni.

Non mi piace perché si gioca su un terreno dove vince la rabbia.

Non mi piace perché la competenza e l’esperienza sono un disvalore.

Non mi piace perché potrei sommare all’arroganza di esprimere una qualsiasi opinione sulla riforma del sistema bancario, di cui non capisco assolutamente nulla, la presunzione che quelle mie parole debbano essere pesate almeno quanto quelle del Governatore della Banca Centrale Europea.

Non mi piace perché i più violenti sono quelli della mia generazione: cresciuti con il telefono a disco in casa e che il cellulare fa sentire onniscienti.

Non mi piace perché lì dove potevamo costruire un campo da gioco dove ritrovarsi padri e figli, nonni e nipoti ci siamo disegnati una bolla e uno specchio, una stanza dove risuona solo la voce nostra e di quelli che la pensano esattamente come noi.

Non mi piace perché i nostri figli e nipoti ci schifano assai: a noi e alle nostre piazze che frequentiamo vestiti con la sciarpa da hooligan. Hanno altre spiagge dove piantare ombrelloni e stendere teli, popolano lidi verso i quali da maestri saccenti puntiamo il ditino dimenticandoci che oggi quelli con l’anello al naso siamo noi.

E allora “scusa se non parlo abbastanza” diventa l’unica strategia possibile.

Come pensare che Ian Solo oggi sostituirebbe la forza con la resilienza.

Come ritenere la libertà di non dover esprimere un parere su qualsiasi cosa accada nell’universo una delle conquiste più importanti dell’uomo dalla scoperta del fuoco.

Come credere che il rifiutarsi di giocare su un terreno impraticabile sia l’unico modo per non farsi del male.

Come concentrarsi sulle piccole cose, fare bene il proprio lavoro, tenersi stretti affetti, libri, dischi, film e serie tv (ad averci il tempo per vederle), costruirsi un’arca.

Mettere in fila i sacchetti di sabbia prima dell’arrivo della piena.

Aspettare che passi.

Perché passerà.

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