Pepecchio

Lo spirito sfranto dei tempi

Archivio per la categoria “Mi ricordo, sì mi ricordo”

Sanremo per me

Mi piace Sanremo.

Non è sempre stato così. Sono stato un giovane contestatore anch’io e l’orchestra con il chitarrista che faceva gli assoli seduto sulla sedia come fosse ad una cena di gala non mi prendeva granché bene.

Ma poi il tempo ti attraversa e molte delle canzoni che passavano da quelle parti hanno acquistato un senso diverso. Non è (solo) nostalgia. È anche capire con colpevole ritardo che lì dentro c’era un racconto di quegli anni che certamente non era stato scritto solo per me (e io a sedici anni volevo che la musica fosse solo e tutta mia) ma sulle cui note io ho passeggiato anche non volendo.

Qui di seguito le mie 10 preferite di sempre raccolte tra quelle che ho ascoltato da quando ho memoria del Festival.

 

Anna Oxa, È tutto un attimo (1986)

Messa dentro solo per il pezzo del testo che dice “io vivo dentro e vivo fuori è tutto un attimo” che è quello che io tento di fare quotidianamente ovunque mi trovi. Mischiare tutto, alto e basso, L’allenatore nel pallone e Sorrentino, Luca Carboni e Frank Ocean, provare a possedere uno sguardo leggero ma anche profondo sulle cose che accadono. È veltronismo in purezza.

 

 

Luca Barbarossa, Via Margutta (1986)

Subito dopo questa canzone iniziai a presentarmi alle feste con una giacca a quadretti (verde acqua, terribili) sopra ai jeans sentendomi fighissimo

 

Fiorella Mannoia, Quello che le donne non dicono (1987)

Mi dicevo “se un uomo ha scritto una delle canzoni che parla di donne che più piace alle donne forse è il caso di conoscerla bene”.

 

Gerardina Trovato, Ma non ho più la mia città (1993)

Momento “pigliamo, cambiamo tutto e facciamo la rivoluzione”: 22 anni e non avevo più la mia città.

 

Carmen Consoli, Amore di plastica (1996)

Questa vince”, guardando negli occhi i miei coinquilini con i quali dividevo l’appartamento. Fu eliminata la prima sera.

 

Niccolò Fabi, Lasciarsi un giorno a Roma (1998)

La canzone da far ascoltare a chi ti dice che a Sanremo vanno solo canzoni scritte male.

 

Subsonica, Tutti i miei sbagli (2000)

I tre microfoni attaccati con il nastro adesivo

 

Deasonika, Non dimentico più (2006)

Una delle canzoni che passavano alla radio quella notte che mi aprì gli occhi

 

Malika Ayane, Come Foglie (2009)

Qui non trovo il video di Sanremo. E comunque il verso “è un inverno che va via da noi e allora come spieghi questa maledetta nostalgia” vale un sacco.

 

Tiziana Rivale, Sarà quel che sarà (1983)

Perché mi ricorda una domenica mattina, io vestito per andare in chiesa e mia madre in cucina che ascolta al GRradio la canzone di chi ha vinto Sanremo perché “non ce l’ho fatta ad arrivare alla fine”.

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Manifesti

Vivo al Sud.

Vivo in un piccolo paese del Sud.

Dove si utilizzano ancora i manifesti mortuari per annunciare la perdita di un caro.

Ogni mattina, subito dopo l’acquisto del quotidiano e la chiacchiera con l’edicolante, sulla strada che mi porta a casa di mio padre mi imbatto in una bacheca di affissione.

E lì mi fermo a leggere. A leggere ed osservare i manifesti mortuari facendomi catturare dalle fotografie impresse. Non perché mi fanno ritornare presente chi è venuto a mancare, il momento in cui ci si è incontrati l’ultima volta, cosa ci siamo detti: qui ci si conosce più o meno tutti in un modo o nell’altro.

Quello su cui viaggia il mio pensiero guardando quelle foto è il momento stesso in cui è stata scattata. Perché i parenti, tra le decine di immagini, hanno scelto proprio quella e allora quel momento lì per loro, per chi ha scelto, avrà avuto un significato particolare, anche fosse solo un motivo di banale fotogenia.

Ma io penso a chi non c’è più. Alla consapevolezza che non abbiamo quando ci viene scattata quella foto. Che sarà l’immagine con cui gli altri ci ricorderanno.

E cosa farei quindi se fossi cosciente di diventare quella cosa lì per sempre.

Mi vestirei più elegante? Mi pettinerei i capelli in una maniera più consona? Mi taglierei la barba? Eviterei quel sorriso imbarazzato di quando sono costretto a mettermi in posa e non ne ho voglia? Mi proporrei di tre quarti mettendo in bella mostra l’orecchino così tutti, guardando il mio manifesto funerario appiccicato sulla stessa bacheca che sto osservando adesso, potranno pensare “guarda questo qui che figo: è morto a 98 anni e ancora portava l’orecchino” (sì, voglio morire a 98 anni e sembrare figo). Opterei per un primo piano stretto o per un click a qualche metro di distanza? Fiero con le spalle dritte e petto infuori o dimesso e incurvato sotto il peso di quell’obiettivo fotografico e del destino di quella foto? Uno scatto sincero o con qualche ritocchino-ino-ino di photoshop?

O non mi farei fotografare per niente sapendo che quella immagine, piuttosto che prendere polvere in un album fotografico dimenticato in chissà quale tiretto, sarebbe destinata a sovrapporsi, cancellandoli, ai ricordi di chi mi ha conosciuto?

Ecco, non lo so.

E la cosa bella è che non lo voglio neanche sapere perché ne mancano ancora 52 a 98.

Il tifoso e la farfalla (non è una canzone di Zarrillo)

Alle 8 di ogni mattina, vabbè non proprio tutte le mattine ma solo quando la sera ci sono le partite di cèmpions, vabbè non proprio quando ci sono tutte le partite di cèmpions ma solo quelle di una determinata squadra, alle 8 dicevo, invio il uozzapp “staseralapartitalapossovedereacasatua?” a Piero che dopo un minuto mi gira il suo “certochepuoi”.

Gianna mi chiede ogni volta perché mettiamo in scena questo minuetto.

“Piero lo conosci, vi vedete assieme le partite, tifate per la stessa squadra, che senso ha questa cosa del messaggio?”, dice lei.

Allora, provo a mettere le cose in fila e in ordine.

Primo: non è scaramanzia. Ne potrebbe avere lontanamente le sembianze ma non lo è.

Secondo: ha a che fare la teoria del caos e quella roba della farfalla.

Non sono scaramantico. Se un gatto nero mi attraversa la strada non tiro fuori il corno o la coda di volpe dal cruscotto, anche perché se apro il cruscotto viene fuori una cascata di cd ficcati dentro a pressione. Se c’è una scala piantata in mezzo al marciapiede ci passo tranquillamente sotto senza fare il giro dell’isolato. Apro l’ombrello quando sono in casa per giocare con la pupattola e mi siedo sulla scrivania se devo parlare con qualcuno. Insomma non me ne frega nulla. Per cui tutta quella roba lì sopra, lo scambio di uozzapp, la milonga con Piero, non è scaramanzia.

È altro.

Ed appartiene al cuore del tifoso. Di qualsiasi squadra. Fa parte di quella logica perversa per cui ciascuno di noi malati (perché questo siamo) crede in un universo perfetto nel quale con il nostro piccolo e ripetuto gesto, contribuiamo in maniera infinitesimale ma determinante (occhio che lo snodo è qui) alla performance del nostro team.

È in questo punto che il rituale si fa teoria del caos. Perché se ogni evento è sensibile alle condizioni iniziali, se  una cosa che va in un certo modo dipende (anche) da com’è cominciata, allora anche io posso dare il mio contributo alla vittoria reiterando i miei comportamenti originari, quelli che ci hanno portato il primo giorno a sconfiggere il primo avversario.

Quante volte nei film avete ascoltato che il minimo battito d’ali di una farfalla è in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo? Ecco, nella testa dei malati (noi) le cose girano così.

Per cui quello che esteriormente può sembrare banale, triste e retrograda scaramanzia altro non è che pura fiducia nella fisica matematica, in Lagrange, Poincaré e Lorenz oltre che nel 4-3-1-2, in Pogba, Marchisio e Tévez.

E scusate ma adesso devo scrivere ad Aldo il “vieniavederelapartitadaPiero” sapendo che mi risponderà, da un numero diverso da quello a cui gli ho scritto, con un “nononposso” e tutto questo solo perché non è stato con noi dalla prima giornata.

80

Quando ero piccolo e uscivamo di casa e tu mi stringevi fortissimo l’avambraccio mentre camminavamo fianco a fianco sul marciapiede che era  stretto e le macchine passavano veloci e allora tu mi facevi stare dalla parte del muro e io non capivo perché non potessi saltellare sul cordolo facendo il gioco di non toccare le linee che stanno tra una pietra e l’altra.

E adesso che abbiamo invertito i ruoli, che tu stai dalla parte del muro, che io ti tengo il braccio e che tu non capisci perché continuo a saltellare tra una pietra e l’altra.

Auguri.

 

Do they know

14 anni, il primo liceo, il complesso d’inferiorità da quasi nano, i giri in villa comunale in senso inverso a quella che stavi braccando, la domenica a messa con le scarpe della domenica, una cinghia che ti teneva stretti i libri di scuola, la faccia di Pertini sulla cattedra, Locorotondo-Martina in autostop per far vedere che eri grande (ma sempre nano), le ragazze che guardavano solo quelli di quinta e tu non vedevi l’ora di arrivare in quinta (ma non da nano), il basket (sì, il basket da nano), il calcio, le partite in mezzo alla strada, le comitive infinite, la musica, e poi la musica, e ancora la musica e questi qui che proprio 30 anni fa registravano quella canzone che ancora oggi ti sa di luce gialla in cucina, alberi di Natale innovativi di tua madre, pennello da barba di tuo padre, cravatta a farfalla di tuo fratello e tu che non arrivi ancora a vederti per intero nello specchio in bagno. In quanto nano.

 

Il primo maschio sulla luna

Non fosse venuto a mancare Mike Nichols non mi sarebbe ritornata in mente.

Il film è “Il Laureato” e la scena non è quella finale di lui che corre urla fa a botte si piglia la donna che ama da sopra l’altare chiude tutti gli invitati dentro la chiesa bloccando la porta con un Cristo in croce fuggono insieme su un autobus sorriso finestrino posteriore musica hello darkness my old firiend I’ve come to talk with you again (punteggiatura consapevolmente non voluta).

Qui ci sono le farfalle nello stomaco.

In quella che dico io c’è invece il racconto per immagini del turbinio nella testa successivo alla prima volta. Sì a quella prima volta lì. Che adesso sarà sicuramente diversa: più o meno leggera, più o meno ansiogena, in ogni modo differente.

Ma per la generazione Postal Market, la mia, l’educazione sentimentale collettiva aveva contribuito a caricarne di parecchio il senso.

Per cui, il giorno dopo, c’era solo questa sensazione qui: come se si fosse andati sulla luna per primi. Per farne ritorno abbronzati e con gli occhiali da sole.

25 anni

6 novembre 1989.

Il primo giorno della mia prima settimana del mio primo anno di università.

Bari, via Postiglione, la casa

Senza tv e radio.

Senza telefono.

Con l’unica rete che conoscevo che era quella del materasso.

Ritornando a Locorotondo il venerdì pomeriggio, dopo un viaggio di 2 ore per 50 km con le Ferrovie del Sud Est, scopro che è caduto il muro di Berlino.

Pensai: “cazzo, e sono mancato solo una settimana”.

C’avevo il walkman con questa canzone dentro la cassetta.

 

I tuoi vent’anni portati così

Chissà perché poi mi succede che quando penso alla #pupattola che si farà grande, alle sue fermate dell’autobus alle 7 e mezza di mattina, ai suoi filoni, ai mal di pancia per saltare l’interrogazione, alle uscite notturne, ai silenzi che inevitabilmente verranno, alle lacrime da nascondere, ai sorrisi che ci saranno, mi viene in mente questa canzone qui del maestro: due che si sono voluti un sacco di bene, se ne vorranno ancora ma sanno che devono prendere strade differenti.

Che quando la ascoltavo 20 anni fa che ero solo un figlio sapevo già che sarebbe calzata a pennello 20 anni dopo quando sarei stato anche un padre.

 

Siamo tutti Florenzi

Il vestito blu con i puntini bianchi da domenica pomeriggio dopo pranzo, la collanina con la medaglietta al collo che sei sicuro che lei bacia ogni sera prima di andare a letto , il ventaglio e il fazzoletto nella stessa mano perché sente sempre caldo, gli orecchini con il pendente perché “sempre una donna sono”, gli occhiali da sole come Onassis, tutta questa roba ce l’abbiamo precisa ficcata dentro gli occhi da quando eravamo piccoli. Semplicemente perché quella nonna è la nostra nonna.

Che quando ho visto questa scena mi è venuto un brivido lungo le braccia.

E alla fine ho anche pensato che lei avrebbe bloccato il nipote, si sarebbe messa la mano nella tasca per tirarne poi fuori una caramella. Anzi due. Dicendogli che l’altra era per Totti.

La mia mi regalava le Rossana, quelle rosse con la carta che scrocchiava.

P.S.

Che poi mi doveva capitare di fare un post su un giocatore della Roma. A me, a me. Che c’avevo il poster di Platini in camera.

La canzone dell’incontro

Ogni volta che cammino per le strade del mio paese ed incontro due persone che si vogliono bene la prima cosa che mi capita è provare ad immaginare quale possa essere stata la canzone che li ha fatti incontrare, quella che non scegli ma che ti arriva da fuori, per puro caso, magari mentre siete seduti a prendere il caffè del primo appuntamento o che passa la radio nell’auto che vi sta portando a casa dopo aver condiviso un cinema o lo stereo di casa dopo una notte passata assieme.

I due anziani turisti francesi che si fanno fotografare sorridenti sotto il balconcino barocco di via Morelli sono La Vie en rose della Piaf su Pont Neuf, i due ragazzi che si fumano di nascosto una sigaretta sugli scalini di via Alfieri sono i Destini Generali delle Luci di ritorno da un concerto.

I miei genitori sono una radio di un bar sul corso che gracchia

Io e Gianna siamo una domenica mattina di primavera a Milano con la finestra di casa aperta e lo stereo accesso in random

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