Pepecchio

Lo spirito sfranto dei tempi

Archivio per la categoria “Appunti per un paese migliore”

Prenderli sul serio

Alla fine vorrei provare a prenderli sul serio e immaginare quello che potrebbe accadere subito dopo il voto, la notte dello spoglio.

Con la premessa indispensabile che i sondaggi, gli ultimi sondaggi, ci prendano.

E che quindi diano come risultato un Parlamento senza alcuna maggioranza politica ma con un partito, il Movimento 5 Stelle, abbondantemente primo.

A questo punto, a prenderli sul serio, l’onorevole Di Maio ha più volte ribadito che la sera delle elezioni farà “un appello pubblico alle altre forze politiche che sono entrate in Parlamento presentando il nostro programma e la nostra squadra. E governeremo con chi ci sta”.

In quel preciso istante, nel momento esatto in cui pronuncerà quelle parole, si andrà a creare un conflitto istituzionale per cui il partito di maggioranza relativa si affida il compito di comporre una maggioranza parlamentare esautorando il Presidente della Repubblica dal compito che la Costituzione gli assegna.

Il Presidente della Repubblica, primo garante della Costituzione, a questo punto avrà due strade. Ratificare (sic!) l’incarico all’onorevole Di Maio oppure indire le consultazioni con i vari gruppi parlamentari e solo successivamente, sulla base dei riscontri ottenuti, affidare l’incarico per la costruzione di un nuovo governo: in questo caso l’esponente apparterrà ad un partito o movimento politico differente dai 5 Stelle o, al limite a nessun partito.

Scegliendo la prima strada il Presidente della Repubblica abdicherà nei fatti al suo ruolo: le conseguenze tiratele voi.

Percorrendo la seconda di strada il Movimento 5 Stelle indosserà il suo vestito preferito, quella di vittima del sistema, dei complotti e della casta. I giornali della borghesia illuminata gli continueranno, per timore di perdere le loro riconquistate rendite di posizione, a lisciare il pelo insistendo a non vedere il tratto eversivo connaturato al loro agire politico. La gente sarà chiamata a scendere in piazza. Gli animi si riscalderanno.

Questo a prenderli sul serio.

Continuando invece a dipingerli e descriverli come un pezzo della grande commedia popolare del nostro Paese andrà a finire molto peggio.

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Riflusso 2.0

Premessa 1

Questo è un blog, più o meno attivo, da 15 anni. Ha vissuto almeno un paio di vite su altre piattaforme e avuto periodi più o meno lunghi di letargo. I suoi post, alla fine, non sono altro che i puntini che uniscono la linea di un pezzo non piccolo della mia vita. Ne sono affezionato. In fondo è la mia coperta di Linus. È la mia stanzetta con la porta socchiusa da cui, chi vuole, con educazione e rispetto, può sbirciare.

Premessa 2

Non scrivo, qui, da quasi un anno. Forse non ne avevo l’urgenza. Forse non ne avevo il tempo. O la voglia.

O più semplicemente avevo bisogno di tempo per mettere un po’ di ordine tra una serie di appunti che andavo seminando un po’ ovunque nella mia testa. C’era la necessità di aspettare che il vento calasse, il mare si calmasse e la sabbia scendesse sul fondo per poter vedere in trasparenza quella corrente che ci va avvolgendo.

Scusa se non parlo abbastanza ma ho una scuola di danza nello stomaco (Coez)

È venuto fuori qualche giorno fa. Prima una cena con alcuni vecchi amici. Poi Gianna che dice di vedermi “aspè devo trovare le parole giuste, non è disilluso, neanche allineato o sottomesso, forse troppo silenzioso, quasi dimesso; il fatto è che non t’incazzi più per quello che non va, adesso lo fai solo quando gioca la Juve in champions”. Ci ho pensato. Ha ragione (soprattutto sulla Juve in champions). E come sempre è accaduto nelle nostre vite è stata lei, chesaràmai, a farmi capire dov’ero e come ci sono arrivato da quelle parti.

E allora quegli appunti sparsi nel cervello hanno iniziato a prendere una forma, ad incastrarsi l’uno con l’altro, a creare un ordine ed un ragionamento.

Ho capito così di aver deciso, inconsciamente ieri razionalmente oggi, di non voler prendere parte ad un dibattito pubblico che non mi piace.

Non mi piace per i toni.

Non mi piace perché si gioca su un terreno dove vince la rabbia.

Non mi piace perché la competenza e l’esperienza sono un disvalore.

Non mi piace perché potrei sommare all’arroganza di esprimere una qualsiasi opinione sulla riforma del sistema bancario, di cui non capisco assolutamente nulla, la presunzione che quelle mie parole debbano essere pesate almeno quanto quelle del Governatore della Banca Centrale Europea.

Non mi piace perché i più violenti sono quelli della mia generazione: cresciuti con il telefono a disco in casa e che il cellulare fa sentire onniscienti.

Non mi piace perché lì dove potevamo costruire un campo da gioco dove ritrovarsi padri e figli, nonni e nipoti ci siamo disegnati una bolla e uno specchio, una stanza dove risuona solo la voce nostra e di quelli che la pensano esattamente come noi.

Non mi piace perché i nostri figli e nipoti ci schifano assai: a noi e alle nostre piazze che frequentiamo vestiti con la sciarpa da hooligan. Hanno altre spiagge dove piantare ombrelloni e stendere teli, popolano lidi verso i quali da maestri saccenti puntiamo il ditino dimenticandoci che oggi quelli con l’anello al naso siamo noi.

E allora “scusa se non parlo abbastanza” diventa l’unica strategia possibile.

Come pensare che Ian Solo oggi sostituirebbe la forza con la resilienza.

Come ritenere la libertà di non dover esprimere un parere su qualsiasi cosa accada nell’universo una delle conquiste più importanti dell’uomo dalla scoperta del fuoco.

Come credere che il rifiutarsi di giocare su un terreno impraticabile sia l’unico modo per non farsi del male.

Come concentrarsi sulle piccole cose, fare bene il proprio lavoro, tenersi stretti affetti, libri, dischi, film e serie tv (ad averci il tempo per vederle), costruirsi un’arca.

Mettere in fila i sacchetti di sabbia prima dell’arrivo della piena.

Aspettare che passi.

Perché passerà.

Primismo

Prima gli abitanti del pianeta Terra.

Prima prima però gli italiani.

Ma prima prima prima i pugliesi.

E prima prima prima prima i locorotondesi.

Benché prima prima prima prima prima debbano venire i locorotondesi del centro storico.

E soprattutto prima prima prima prima prima prima i locorotondesi del centro storico che risiedono in via Morelli 34.

Ritornare simpatici

È una battuta di Oscar Farinetti e forse la spia di qualcosa di più profondo che va parecchio dritto alla sostanza delle cose.

Abbiamo perso il referendum anche (ho scritto: anche) perché stiamo sui cabasisi ad un sacco di persone?

Secondo me sì.

È vero, siamo stati sulle palle da sempre ad un pezzo del nostro stesso partito e della sinistra. Ma era logico: dopo lustri di attesa era arrivato il loro turno sulla giostra e gli si è fatto saltare in aria il luna park. Non l’hanno presa bene e se la sono segnata.

Poi però qualcosa è cambiato e molto si è aggiunto.

Si è andati al governo, se ne sono infilate diverse buone (con le condizioni date) mentre su alcune si è cincischiato o si è andati con il freno a mano tirato.

A questo punto invece di dire sinceramente “ragazzi questo è il meglio che possiamo fare adesso magari ci date una mano e si riesce a fare di più” o anche, avendo più senso della realtà e pelo sullo stomaco “è vero noi avevamo promesso di farlo in un altro modo ma pensavate che X e Y venissero a dare la fiducia gratis?” ci siamo ritrovati rinchiusi in curva con la sciarpa dell’ultras attorno al collo a difendere cose anche non di molto buon senso (viste dall’esterno).

In pratica ci siamo incartati in una narrazione slegata, a tratti, dai fatti.

E ora? Come si ritorna simpatici o quantomeno “diversamente antipatici”?

Secondo me con tre mosse:

  1. Ammettere di aver perso e in questo, bisogna riconoscerlo, Renzi è il numero 1 in Italia: anche perché gioca da solo nella categoria. Gli altri, quando perdono o “non vincono”, fanno come Fonzie (video alla fine).
  2. Uscire dalla bolla, comprare un paio di scarpe comode ed andare ad incontrare le persone, soprattutto quelle che hanno votato no al netto degli hooligan (ci sono da una parte e dall’altra ma sono solo rumore sui social), ascoltare, ascoltare e ancora ascoltare, confrontarsi per capire cosa c’è in mezzo a quel mare lì.
  3. Noi siamo i buoni? Vediamo di dimostrarlo.

 

P.S.

Astenersi da commenti: anime belle e benaltristi

 

Giancla

Abbiamo fatto un pezzo di strada assieme.

Forse il pezzo che più ci ha cambiato politicamente: non fosse altro perché ci ha fatto incontrare.

Era iniziato tutti qui: sono andato a cercare un tuo vecchio post.

Ti sia lieve la terra Giancla.

 

Mi raccomando, non personalizziamo

Ho letto negli ultimi giorni alcune interviste al senatore Quagliarello.

Il senatore ci teneva a motivare la sua campagna per il No alla Riforma Costituzionale affermando che i costi della politica restano intatti, che stiamo andando a votare una Riforma di parte e che siamo chiamati a votare contro l’arroganza.

Volevo chiedere, da fesso che sono, ma se la Riforma  era una così brutta cosa (legittimo pensarlo ed agire di conseguenza) perché il senatore Quagliarello nelle 3 votazioni finali al testo di Riforma Costituzionale si è espresso le prime 2 volte a favore (seduta n. 303 del 08/08/2014 e seduta n. 522 del 13/10/2015) e nell’ultima (seduta n. 563 del 20/01/2016) si è proprio assentato?

Così, per capire.

 

Sì, perché non voglio salvarmi

Mi piace la politica.

Mi piace discutere di politica.

Sono cresciuto con mio padre che mi portava alle riunioni del suo partito: erano stanze fumose dove si parlava di cose che non capivo ma che mi piacevano perché venivano sputate con una foga mista ad entusiasmo, la sigaretta a mezza bocca, tentando di convincersi l’uno con l’altro attraverso ragionamenti che mi sembravano assurdi nei toni (urlavano tutti) ma al tempo stesso concretissimi (alla fine si stringevano le mani). Duravano ore. A volte mi è capitato di addormentarmi su un divano di velluto verde. Altre passavo il tempo a raccattare cicche spente da un posacenere di marmo appoggiandole di nascosto sul labbro per mimare meglio i gesti di quegli adulti che mi sembravano così grandi. Quei modi di fare li ho sentiti subito miei e li ho coltivati.

Ho ucciso mio padre con la politica. Meglio. Ho tentato di uccidere mio padre con la politica. Per emanciparmi, uscire al mondo da solo, fargli capire in qualche modo che crescevo. È  per questo che il mio primo voto fu comunista, una settimana dopo Tienanmen, nel 1989, quando lui era sindaco a capo di un monocolore democristiano. Ma non l’ho ucciso, non l’ho neanche ferito. Anzi, quando sono passati un po’ di anni ho capito che la pistola in mano me l’aveva messa lui, l’aveva caricata a salve congegnando il piano perfetto di allevare due figli con cui poter passare il tempo della sua vecchiaia a discutere di politica.

Ho allacciato, con la politica, le amicizie di una vita. Ci siamo presi, lasciati, incazzati, abbracciati, ripresi, rilasciati come dei fidanzanti cretini e quando ci vediamo, più raramente di prima ma ci vediamo, litighiamo ancora e magari le persone che ci stanno attorno in quel momento si spaventano pure pensando che la discussione possa degenerare, ma noi lo sappiamo che non sarà così: è solo il gioco infantile fatto da adulti di gareggiare a chi ce l’ha più lungo.

Posso quindi dire, con esattezza, che tutta la mia esistenza è stata permeata dalla politica. Non so se sia stato un bene o un male ma è così. Certo, adesso non mi chiudo in casa per vedermi Santoro in tivù e quando la mattina vado in edicola a comprare il giornale comincio a sfogliarlo partendo dalle ultime pagine. Insomma, la prendo un po’ più larga. Però la bestia è lì. Sotto la cenere.

E allora quando è iniziato l’iter di riforma costituzionale ho cominciato ad informarmi, ho cercato di capire, ascoltare e leggere pareri differenti. Insomma, formarmi nel tempo un’opinione.

In queste ultime settimane ho iniziato a seguire un po’ di confronti. È un referendum. Ci sono due posizioni in gioco. Dentro o fuori. Sì o no. Non dovrebbe essere molto complicato argomentare il perché si dovrebbe votare in un senso o nell’altro.

E invece mi sono accorto che una parte ha impostato la propria campagna referendaria sul concetto di barbarie. Chi è per il Sì, la tocco piano, scusatemi per questo ma facciamo a capirci, allora chi è per il Sì dicevo è un barbaro oppure un vassallo del potere oppure un pezzo organico alla formazione di una nuova dittatura oppure un suddito della JP Morgan, colei che per alcuni ha effettivamente scritto la legge di riforma costituzionale, oppure un pupazzo manovrato che non si rende conto del disastro che verrà oppure una persona senza scrupoli e dai principi corrotti.

Se non credete a quel che scrivo potete tentare un esperimento sociale: andate sul vostro profilo Facebook ed inserite secco come status un bel “ho deciso: al referendum voterò sì”. In un’oretta (se siete di sinistra ed avete amici social di sinistra sinistra e/o cinquestelle e/o complottisti anche in mezz’ora) avrete ottenuto un discreto numero di quei commenti.

Ecco, tutto questo mi ha iniziato a creare non poco disagio.

Capisco la contesa politica dura, aspra ma non comprendo l’identificare intenzionalmente la parte avversa, qualunque essa sia, come una usurpatrice, una roba zozza e sporca, qualcosa che non dovrebbe esistere in un consesso democratico. Perché quando dal merito delle cose si passa al retropensiero, al sospetto, alla linea tirata per terra ad indicare che chi è dalla mia parte è nel giusto e chi dall’altra nel torto non credo che si possa fare molta strada.

Allora ho maturato un piccolo ragionamento difensivo, sicuramente scemo, ma che mi ha aiutato a venire fuori dalla secca emotiva nella quale mi sono ritrovato.

Voterò Sì.

Ma non (più) per una convinzione sul merito (che più ci avvicineremo al voto e meno fregherà a tutti), né per quel senso politico di responsabilità che mi si è tatuato addosso ad una certa età (invecchio e mi addolcisco: è un fatto) facendomi sempre votare con molta coscienza e leggerezza il partito di sinistra con le proposte più concrete e meno velleitarie, né perché penso sempre, in maniera molto infantile, che il futuro e le cose che verranno saranno più interessanti (belle o brutte che siano) di quelle che ci lasciamo dietro.

Voterò Sì semplicemente perché non voglio salvarmi, perché non sono un puro, perché voglio essere complice di quello che accade, perché preferisco la fragilità delle cose che si fanno con grande affanno al fascino inossidabile di chi la sa da sempre più lunga di tutti.

6 cose che impareremo, prima o poi

Comunque vada a finire, con un po’ di fortuna e di intelligenza da parte di tutti, quello che sta accadendo a Roma potrebbe essere utile e farci imparare qualcosa.

  1. Googlare non significa amministrare;
  2. Amministrare è diventare adulti, scendere dai tetti, smettere di urlare, sporcarsi le mani per cercare soluzioni possibili;
  3. Le idee sono buone o cattive solo se confrontate con la prova dei fatti: il resto è chiacchiericcio da limoncello post cena di fine estate;
  4. La guerra dello specchio riflesso (“tu puzzi”, “tu puzzavi da prima”, “ma tu puzzi puzzi”, “e tu allora puzzi puzzi puzzi”) allontana dalla politica le persone capaci lasciando tutto lo spazio ai professionisti del ring;
  5. L’informazione di garanzia è uno strumento che serve a tutelare la persona sottoposta ad indagini preliminari. Chi lo utilizza per scopi politici è un mentecatto;

6. La vita è, anche, quella cosa che accade quando siamo fuori dai social network.

 

Ieri non sono andato a votare

Ieri non sono andato a votare.

Me l’avessero detto due settimane fa avrei risposto che stavano scherzando.

Avevo letto il quesito, mi ero confrontato via whatsapp con il gruppo di amici storici, condiviso un amaro in un bicchiere di plastica con una persona che stimo e convinto sostenitore del sì, ripescato dalla memoria alcune esperienze lavorative del passato che mi avevano fatto incrociare il mondo delle risorse energetiche nel nostro Paese, analizzato le posizioni dei due comitati.

Pensavo quindi di andare al seggio. E votare no.

Poi tutto, ai miei occhi, è precipitato.

Non mi interessa, non è mio compito né ho le competenze per farlo, indicare di chi siano le responsabilità.

Ho solo assistito alla messa in scena della 198-sima puntata della guerra civile all’italiana.

Che sia un referendum, un campionato di calcio o la scelta di un tipo di caciocavallo le regole d’ingaggio non cambiano.

C’è chi tira una linea, segna il campo, mette i buoni da una parte e i cattivi dall’altra, apre le curve, fa entrare gli ultras e in meno che non si dica tutto viene affogato in un indistinto rumore.

L’oggetto del contendere non conta più nulla.

L’importante è fare la voce più grossa, dimostrare quanto la si sappia più lunga di tutti, imbastire teoremi, retropensieri, insultare.

E io sono stanco.

Stanco e in profondo disagio.

Perché vorrei confrontarmi con chi la pensa in maniera diversa.

Capirne le ragioni  e le scelte che ne conseguono.

Magari le mie convinzioni resteranno intatte ma mi sarà passato tra le dita un pezzo di vita che non è la mia. E ai pezzi di vita si dà rispetto. Da qualunque parte provengano.

Ma questo non è stato possibile.

Non è più possibile.

Per cui ho preferito alzarmi e uscire dal campo.

E ho visto che non ero il solo.

 

P.S.

Non avrei voluto scrivere nulla. Poi mi hanno fatto leggere un post in cui si diceva che chi non è andato a votare poteva e doveva ritenersi un coglione. Non reputandomi tale mi è sembrato giusto scrivere due righe sul mio diario.

 

La vita bellissima

La politica, secondo la mia opinabilissima opinione, serve (anche) a normare esperienze e condizioni di vita che già esistono.

La legge Fortuna-Baslini nel ’70 non ha inventato la separazione tra coniugi ma ne ha normato il divorzio fornendo diritti alla parte più debole della coppia.

La 194 nel ’78 non ha inventato l’aborto ma ha tolto dalla clandestinità e messo in sicurezza l’interruzione volontaria di gravidanza.

Al contrario non avere ancora una legge sul fine vita serve solo a non ascoltare il bip continuo dei respiratori artificiali quando vengono staccati.

O l’aver varato una legge reazionaria sulla fecondazione assistita, smontata pezzo per pezzo dalle sentenze della Corte Costituzionale, ha solo alimentato i viaggi a/r verso paesi più civili.

Il testo di legge Cirinnà in discussione in questi giorni al Senato vuole solo normare qualcosa che è già presente nella vita di tutti i giorni delle persone.

Fatta di profumo di caffè al mattino in cucina, del “sbrigati che facciamo tardi a scuola”, del “che si mangia stasera?”, del tutti seduti sul divano a veder un film, dei carrelli della spesa al supermercato, dell’influenza che ci si attacca e si cura a vicenda, dei viaggi che si pianificano, dei sorrisi che ci si scambia, dei litigi che si fanno solo per abbracciarsi meglio quando si fa pace.

Dei figli che sono di chi li cresce.

Della vita bellissima con le persone che ami.

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