Pepecchio

Lo spirito sfranto dei tempi

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Un post come un sasso (nello stagno)

Chiuso il congresso e trascorso il Natale è il momento di prendere in mano l’iniziativa politica.

A Locorotondo il Partito Democratico, piaccia o non piaccia, è l’unico movimento politico che ha una struttura, un luogo fisico di aggregazione e discussione, un gruppo di persone legittimate dagli iscritti a rappresentarlo.

Piaccia o non piaccia è lì che deve innescarsi la miccia di un’iniziativa politica che tenti di costruire per le prossime amministrative un’offerta politica nuova e al passo con i tempi.

Prendere 4 temi in croce (dialettismo) per costruirci attorno un campo largo (che senso hanno in questo momento due opposizioni?) e aperto a chi ci vuol stare. Alla luce del sole, fissando tappe e scadenze verificabili.

Concreti, senza pregiudizi e paraocchi. E con poche menate.

Con la consapevolezza che saranno i cittadini, attraverso le primarie, a scegliere il miglior candidato sindaco possibile.

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La corrente. Quella vera.

Succedeva, mille e mille anni fa, che mia madre, per svegliarmi da una notte passata un po’ troppo allegramente, entrava in camera, tirava su le tapparelle e spalancava le finestre.
Bisogna cambiare l’aria“, diceva.
L’aria. Con l’articolo determinativo.
Non una a caso.
Ma quella lì. Che stava fissa nella camera a ricordarti le minchiate della sera prima.
Il capolavoro avveniva quando oltre alla tua di finestra ne apriva un’altra in un’altra stanza.
Per fare corrente“, sempre mia madre.
Giusto per capire cosa sarebbe necessario adesso in un partito che si chiama democratico.

Triplo salto mortale e mezzo all’indietro carpiato con avvitamento

Il locale segretario di partito, dimissionario, che chiede le dimissioni a mezzo stampa al consigliere comunale capogruppo dello stesso partito che risponde, sempre a mezzo stampa, che si vuole dimettere ma solo davanti all’intero direttivo del partito, anch’esso dimissionario.

Tempo netto trascorso per avvitarsi in questo modo: 1 anno.

Time after time

Si era detto che il pit stop tecnico sarebbe servito, anche, per rimettere al centro delle agende di ciascun partito un ragionamento sulla loro natura e sulla propria “ragione sociale”.

Ma a leggere quello che è accaduto lo scorso we sia al nord che al sud non è che le cose vadano benissimo. Sia da una parte che dall’altra.

Intanto, parafrasando uno a caso,  Vasco ne fa 60, il Trattato di Maastricht 20 e io mi sento poco bene.

Sipario.

 

Quelli della foto

È stato appena pubblicato il nuovo Rapporto Svimez 2011 sull’Economia del Mezzogiorno.

Una fotografia che analizza le politiche economiche, industriali, infrastrutturali, la competitività, l’innovazione, il mondo della scuola e del mercato del lavoro.

Ci sono dei numeri che fanno girare la testa e che amplificano una sensazione che qualcuno di noi riporta in giro da tempo.

Di un Sud che espelle giovani e manodopera senza rimpiazzarla ed un Centro-Nord che attira e smista flussi al suo interno.

Nel solo 2009 sono partiti dal Sud, direzione Centro-Nord, circa 109 mila persone. Quasi 20.000 dalla Puglia: come se fosse scomparso in un solo anno un paese un  po’ più grande di Locorotondo dalla nostra regione.

1 su 2 di quelli che partono dal Sud ha un titolo di studio medio-alto.

1 su 5 ha una laurea.

Nel decennio 2000 – 2009 quasi 600 mila persone hanno abbandonato il Mezzogiorno.

A questo si somma il tasso di occupazione giovanile (15-34 anni) che nel Mezzogiorno è oggi pari al 31,7%. Per le giovani donne è fermo al 23,3% (25 punti in meno rispetto al Nord).

Conclusione (dello Svimez, non mia).

Al brain drain, cioè alla fuga dei cervelli, al drenaggio di capitale umano dalle aree deboli alle aree a maggiore sviluppo si aggiunge sempre più il brain waste, cioè lo spreco dei cervelli, la sottoutilizzazione anche di chi rimane.

Questa la foto. E quelli sullo sfondo siamo noi.

 

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