Pepecchio

Lo spirito sfranto dei tempi

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Anche l’Ikea con Cuperlo

E dopo lo SPI – CGIL anche Ikea si schiera con Cuperlo.

Qui il testo della comunicazione inviata agli iscritti.

 

Caro tesserato Ikea Family,

come saprai, Giuseppe Conte, un nostro iscritto Ikea Family, ha accettato di candidarsi alle primarie per l’assemblea nazionale del PD, nelle liste che sostengono Gianni Cuperlo.

Lo Statuto della Ikea Family lo consente.

Ha fatto questa scelta per le seguenti ragioni:

1. Perché per un iscritto Family Card è molto importante il destino del più grande partito della sinistra del nostro paese senza contare il fatto che se domani si inventano un embargo contro le polpette svedesi sappiamo chi dobbiamo contattare.

2. Perché siamo preoccupati da ciò che dicono autorevoli rappresentanti che sostengono un altro candidato (quello brianzolo, quello della terra dei mobilifici…e abbiamo detto tutto), in quanto colpevolizzano i nostri prodotti come il male del paese, indicandoli addirittura come ladri del futuro dei giovani falegnami. Una offesa a delle collezioni come Stockholm, Billy o Besta che hanno dovuto sopportare tante bestemmie e volgarità durante i loro montaggi nelle case degli italiani.

3. Perché vorremmo un partito di sinistra che, invece di sperare nella contrazione dei prodotti d’arredamento, e soprattutto di quelli relativi a soggiorno e camere da letto, come sostiene un noto candidato (semper lù, il brianzolo) si predisponga al confronto, in piena autonomia, certo, ma disponibile ad ascoltare e a discutere, avendo l’obiettivo di difendere il diritto al Lack, all’Expedit e alla Poang per tutti. Un partito che invece di essere infastidito abbia grande rispetto per chi dà continuità alla militanza iscrivendosi alla Ikea Family.

4. Perché vorremmo un partito di sinistra che non sia un laboratorio di falegnameria di qualcuno (indovinate chi) ma che torni ad essere un luogo di partecipazione, di discussione libera e democratica e di costruzione di nuovi prodotti e linee d’arredamento portatrici dei valori del nostro design.

Un partito di sinistra aperto ai giovani falegnami, senza rottamare i vecchi Malm o Mammut.

Queste sono solo alcune considerazioni e motivi per i quali l’8 dicembre prossimo i nostri iscritti devono andare a votare aiutandoci così a continuare a difendere i diritti dei nostri prodotti e insieme cambiare alcuni modelli (inventati da un altro brianzolo, quello con i capelli tint0069) che si sono purtroppo affermati in questi ultimi 20 anni.

Conto su di te, sul tuo impegno, per organizzare una consistente partecipazione l’8 dicembre al voto per le primarie a sostegno di Gianni Cuperlo.

Grazie per ciò che farai.

Vostro Ingvar Kamprad, bello e democratico

#Leopolda13: la riflessione di Frà

Gli amici della zizzona (nulla di pornografico, è solo una lobby che si ritrova di tanto in tanto per condividere l’amore per una determinata scamorza di un  determinato caseificio e di un determinato peso) alla #Leopolda13 c’avevano l’inviato: Francesco Mirabile.

Ecco le sue sensazioni.

 

 

Partiamo da un presupposto che, seppure banale, di sicuro è sincero: l’entusiasmo per questo genere di eventi e di incontri si è assopito da qualche tempo, specie dopo le “delusioni” della Fabbrica, di tutto quello che ne è venuto fuori successivamente in maniera trasversale a livello locale, regionale e nazionale.

La curiosità però c’è sempre, perché sono convinto che nella vita bisogna essere curiosi di tutto e poi magari decidere se approfondire con passione, dedizione ed entusiasmo (appunto) la cosa oppure lasciar perdere in maniera indifferente. L’antipolitica non è un sentimento che mi appartiene perché penso che sia inutile nutrire questo atteggiamento purtroppo sempre più diffuso, come se la “politica”, questo parolone che tanto crea orticaria, sia soltanto sinonimo di PD o PDL o Silvio o Letta, quando invece la politica credo sia tutto ciò che ci circonda e che, in un modo o nell’altro, nella politica rientri la nostra quotidianità in tutte le sue sfaccettature e in tutto ciò che facciamo.

La stessa curiosità mi ha portato ad andare ad ascoltare Matteo Renzi a Bari così come sarei curioso di ascoltare dal vivo (oltre che seguirlo sul suo blog) Civati.

La curiosità mi porta a leggere, a informarmi e a capire perché comunque dovrò essere sempre pronto a saper scegliere con consapevolezza.

Non sopporto l’idea di non esercitare un diritto, quello del voto, forse uno dei pochi diritti che potremo sempre avere..(neanche il diritto al lavoro è così sicuro).

La curiosità, dunque, mi ha portato anche ad andare alla Leopolda 2013: preciso che mi trovavo a Firenze per altri motivi personali.

Innanzitutto posso dirti che la Leopolda è uno spazio fantastico, un esempio virtuoso di come si possa rivalorizzare uno spazio urbano abbandonato e renderlo disponibile per una molteplicità di eventi e incontri. E’ stato bello e affascinante osservare come uno spazio del genere non abbia perso il senso con il quale era nato: da stazione ferroviaria che era, ora è uno spazio “che ospita manifestazioni ed eventi diversi legati alla cultura e alla creatività contemporanea” e che quindi non ha perso il senso di condivisione, di incontro, di arrivi e di partenze che lo ha da sempre caratterizzato. La prima cosa che abbiamo pensato entrando nella Leopolda è stato: “ma cavolo…è una struttura ugualissima alla vecchia stazione di Locorotondo!!!” (e qui mi fermo :D)

L’evento (ormai alla sua quarta edizione) è stato organizzato davvero bene dal punto di vista logistico: registrazione all’entrata con tanto di pass con il nome, tavoli dislocati ovunque dove era possibile sedersi per bere e mangiare qualsiasi cosa, maxischermi appesi per seguire in prima linea tutti gli interventi anche se si svolgevano nella sala accanto, sala stampa, un palco enorme e luminoso, tanta gente ma che comunque riusciva a stare bene tutta insieme senza calpestarsi i piedi. Non ci sono rimasto molto perché, avendo solo un giorno a disposizione per stare nella mia amata Firenze, volevo fare altro.

L’organizzazione dell’evento (tra l’altro ben organizzato anche per lo streaming e la condivisione sui social) permetteva a chiunque di poter esprimere una propria riflessione che avesse come tema il futuro: riflessione che doveva durare non più di 4 minuti e che doveva essere presentata con una sola parola.

Il tutto mi ha subito ricordato un po’ quelli che erano gli eventi di condivisione e di discussione organizzati da Primavera, specie nell’organizzazione dei vari gruppi di lavoro tematici organizzati durante la serata di venerdì 25. Non c’erano palchi rialzati e comizi da cattedra.

Tutto sullo stesso livello di democraticità. Nessuno stava più in alto di qualcun’altro.

Ho apprezzato molto quello che, invece, molti hanno criticato: la mancanza di simboli del PD e non perchè io sia uno che, a prescindere, è contro il PD, ma perché mi ha dato un senso di apertura di più ampio respiro.

Insomma tutto molto bello…sulla carta, entusiasmo a mille tra i vari partecipanti, e magari cominci a credere che questa è la volta buona che qualcosa finalmente possa cambiare.

Ma poi inesorabilmente i ricordi del passato ritornano. Quasi di sorpresa ti colgono di spalle dandoti quello scappellotto che ti fa risvegliare da quel senso di torpore  e di rilassatezza che ti avevano, quasi per un attimo, travolto facendoti sognare ad occhi aperti.  Improvvisamente ad un tratto ti ricordi che qualcun’altro in passato, in maniera simile o diversa, aveva organizzato incontri con gli stessi obiettivi e con gli stessi strumenti di coinvolgimento e condivisione. Improvvisamente ti ricordi di quanto tu abbia messo anima, cuore e passione durante eventi simili e di come l’amaro in bocca ancora lo senti. Improvvisamente ti rendi contro che magari stavolta ci pensi un po’ prima di “smanicarti” la camicia e metterti a sedere a uno di quei tavoli di lavoro.

E così stavolta pensi che magari forse è meglio aspettare, guardare soltanto, ascoltare ma con giudizio…senza farsi travolgere troppo dagli entusiasmi perché è come nell’amore: a innamorarsi ci vuole poco dinanzi a tanta apparente bellezza, ma non sai quanto si possa sopportare ancora una delusione.

Ecco…io voglio evitare di arrivare al menefreghismo totale, all’antipolitica d prima, ai “sono tutti uguali e rubano tutti”, ai “ma tanto a che serve?”. Ho 31 anni e se comincio da adesso poi a 50 che faccio?

Perciò decido che a ‘sto giro rimango ad osservare. Osservo e ascolto. Cerco di capire, per quanto si possa capire durante una campagna elettorale.

Soprattutto cerco di capire quanti riscontri possano avere in futuro così tante belle parole spese sul lavoro, sui giovani (ancora per 4 anni rientro in questa categoria), sull’istruzione, sulla salute e sulle politiche dell’immigrazione.

Non sono un fan di Renzi…e al momento non so se lui possa essere davvero “il nuovo che avanza” e un buon futuro premier. So soltanto che è un ottimo sindaco e che Firenze è davvero contenta di lui (al netto di quelli con le spillette di FI): lo dice anche mio padre, che di sinistra non è e non lo è mai stato, nostalgico democristiano, che vive da “fuori sede” a Firenze da ormai 10 anni e che qui ha ricominciato ad amare il suo lavoro. Non lo so cos’è che ancora non mi convince di Renzi: ormai ho difficoltà a riconoscermi in qualsiasi leader. Ho difficoltà ad accettare proprio la parola “leader” in qualsiasi contesto essa venga usata. Forse quattro anni fa me ne sarei “innamorato” subito. Ma stavolta c’è qualcosa che mi frena, forse il fatto di vedere molta gente di destra (anche vecchi “pidiellini” e “berluschini”) che lo stimano e che lo voterebbero. Ecco, forse è questo che, ingenuamente, mi frena.

Una cosa però mi ha colpito tra le tante sue riflessioni: quella di voler ricominciare un percorso di “cambiamento” e di rifondazione, partendo dalla scuola, CON insegnati  e studenti.

Potrebbe sembrare banale come intento ma non lo è affatto, e non è facile neanche sentirlo dire da qualcuno, forse perché è un proposito davvero impegnativo e che spero (lui o chi per lui) riesca a portarlo a compimento.

 

Quello che ho capito a Bari

Sveglia presto come al solito, colazione, doccia, preparazione della pupattola e corsa a scuola prima della campanella, caffè di rimbalzo al bar.

Poi toccherebbe, come ogni sabato di mezzo ottobre che si rispetti, al più classico dei cambi di stagione negli armadi. Intendo dire quel “sposta di qua, metti di là, questo che lo tengo a fare, quello non ricordavo di averlo” di roba non tua: i maschi, o la gran parte di essi, occupano uno spazio armadio modello 4 stagioni come la pizza.

Però c’è la botta di culo. Oggi c’è Renzi. La prima uscita ufficiale per la corsa alla segreteria del Partito Democratico. E non una prima qualunque. Perché è a Bari, perché la comunicazione la curano i Proforma, perché ci si attende un discorso modello Lingotto.

Si parte in comitiva: Antonello, Martino e il sottoscritto. Il discorso dovrebbe cominciare alle 16. Noi alle 13 siamo già in macchina. Dobbiamo fare solo 60 chilometri ma l’intenzione è di fermarsi per strada a mangiare qualcosa di sano. Infatti dopo un chilometro e mezzo stiamo già vagliando le varie mozioni (culinarie e non congressuali): trattoria nel centro storico barese, un piatto di spaghetti con le cozze a Torre a Mare, un salto da Eataly.

Purtroppo, per le mozioni, la strada che da Locorotondo porta a Bari ha Laureto come passaggio obbligato. La macchina si inchioda, parcheggiamo alla crudele e facciamo il nostro ingresso trionfante dal Comandante. Arredato che c’era ancora Natta segretario, il bar è campione mondiale di panini ad imbottitura personalizzata con la signora Luisa (moglie del Comandante) che sovraintende a che non vengano mixate porzioni di sottaceti da denuncia penale.

Dopo il panino gustato, as usual, rigorosamente in piedi con annessa Peroni (il Comandante schifa la Dreher, tant’è), si riprende la via per la Fiera del Levante. Nonostante tutto arriviamo con un anticipo abissale per cui il vigilante all’ingresso ci comunica prima delle 15.30 non può entrare nessuno. E infatti in 5 minuti passa mezzo mondo. Tutti si qualificano giornalisti, staff, media partner, dj, società civile. Quando ci sfilano davanti anche Zoro e Damilano ormai la misura è colma per cui il vigilante ci dice che possiamo passare anche noi.

Caffè al bar e cominciamo il giro di ricognizione.

Il palco è al centro della sala. Circolare con un piccolo tavolino (circolare) al centro. Le telecamere puntate sopra. Gli striscioni con le parole della campagna che penzolano dal soffitto (Nicola Latorre si posiziona tra Futuro e Vincere, ahia). Un desk di accoglienza all’ingresso. Un po’ di ragazzi a fare le bandiere (termine tecnico). Colonna sonora di riscaldamento finalmente aggiornata all’anno del Signore 2013, diverse Hogan miste a tacchi a spillo in giro, molte camicie bianche (Latorre ne indossa una immacolata), una signora in prima fila proprio di fronte a noi con un giaguaro intero addosso (giuro), moltissimi scattano foto, tantissimi postano su tuìtter chiocciolando il vicino di sedia.

Siamo qui e vogliamo farlo sapere.

Incontro diversi amici, abbraccio Francesco che è un fratello, saluto Giacchetti di cui nutro grande stima. Ci sono anche quelli che un anno fa ti davano del fascistoide e che adesso ti salutano con un “che ci fai tu qui?” sapendo del mio sostegno a Civati. Non ci si può fare nulla: per alcuni la politica resterà sempre e solo posizionamento e fedeltà e mai confronto di idee e lealtà (che è soprattutto dirsi in faccia che non la si pensa allo stesso modo).

In fondo se sono qui a Bari è proprio perché credo nella buona compagnia (copyright Francesco), che ci confronteremo su cosa fare e come farlo durante il congresso ma che dal 9 dicembre alcuni personaggi, proprio quell’establishment che negli ultimi 20 anni ha fallito (Renzi al quinto minuto del discorso), quelli lì (Latorre era sotto al palco, per dire) dovranno accomodarsi nelle ultime file.

Al netto del panino del Comandante, dei baci e abbracci agli amici, del celo manca sui presenti, il discorso non mi ha entusiasmato, non ha quella rabbia bella dello scorso anno, non c’è più il “noi e voi” (d’altronde Latorre che era un voi adesso è un noi). Si dirà che è più politico, che Matteo è cresciuto, che ci va più con i piedi di piombo, che ha abbandonato la camicia bianca con le maniche tirate in su per far posto al completo scuro (Latorre s’è ingrugnito che l’aveva inamidata apposta apposta).

Non lo so. O meglio solo una cosa so.

Capisco che per i media viene più semplice, facile e vendibile assegnare il ruolo dell’antagonista a Cuperlo ma così non è.

Il Partito Democratico è già profondamente mutato. A giocarsi la partita della segreteria ci sono quei 2 ex ragazzi che nel 2010 avevano costruito assieme la prima Leopolda: Pippo Civati e Matteo Renzi.

Piaccia o no piaccia (a me piace un sacco) il futuro della sinistra italiana è lì in mezzo.

Ultimo dell’anno: ris(post) ad un post

Ho letto il post di Pippo.

E di botto ho pensato al Gassman di C’eravamo tanto amati (“Il futuro è passato e non ce ne siamo neanche accorti”) e al Sean Penn di This must be the place (“Passiamo senza neanche farci caso dall’età in cui diciamo farò così a quella in cui diremo è andata così”). Che non è un bel pensiero per l’ultimo dell’anno.

Poi l’ho chiuso (il post). E l’ho riaperto (ri-post) e riletto ancora.

E mi è sembrato altro.

È altro.

Non i titoli di coda.

Ma la sigla iniziale. Come quella di Supergulp (ogni generazione c’ha la propria).

Una chiamata, insomma.

Alla responsabilità individuale che si deve fare collettiva nella pratica politica. .

Perché c’è stato un prima. Che è durato quasi diciottanni: tutt’attaccati perché tanto ci è rimasto appiccicato addosso.

E c’è un durante. Che è questo momento qui.

Sospeso.

Come quello del ciclista in surplace. Fermo sui pedali. Immobile. In equilibrio.

Che aspetta solo l’istante giusto.

Per scattare.

Perché sa che, facendolo in quell’attimo lì, ma proprio quello deve essere, non un secondo prima né uno dopo, lo sa benissimo che, chi lo riprende più?

E questo post (quello di Pippo) è lì. A segnare il crinale.

A dare la scansione del tempo.

Del nostro tempo. Di tutti quelli in piedi sui pedali e pronti a scattare.

Perché c’è tanto da ricostruire (quasi un paese intero). E ci hanno insegnato che molto difficilmente capita che chi ha appiccato l’incendio sia lo stesso che poi riesce a spegnerlo.

Solitamente scappa. E non si fa più vedere.

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