Pepecchio

Lo spirito sfranto dei tempi

Archivio per la categoria “WePost”

November song

Sarà che c’è la pioggia che scende a manetta.

Sarà che è novembre e mi piglia male.

Sarà che stamattina c’era questa pagina qui (uno deve essere un po’ malato se vive in Puglia e la prima cosa che si scarica la mattina è  l’edizione di Milano del Corriere), con la piazza e la via e quel numero lì (viacalvialdue) che mi riportava indietro nel tempo manco fosse il flusso canalizzatore di Marty McFly.

Insomma sarà tutto questo.

E che quel tutto c’ha un sapore e un profumo. E delle immagini a nastro che scorrono rapide.

La bici che saetta in Corso Concordia. Lo zaino sulle spalle (anche adesso, per dire). Il blog che prendeva forma. Un cinema in centro e un film. Un film con l’amicamia e poi una passeggiata. Le luminarie che “è quasi Natale” anche se mancava un mese. I freni del tram e il “ci vediamo giù”. Alessio e 4 birre sul bancone del Turnè. Una domenica sera. La vita che svoltava. Mille sigarette.

E una canzone sotto.

Questa (nella versione di quel film).

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WePost #11

O della canzone per ballare. Che poi sarebbero, per la verità, più d’una.

Almeno un paio (parlo di quelle che segnano per sempre), per quanto mi riguarda.

Questo perché il vostro miserabile (che sarei io) è riuscito ad attraversare indenne sia l’era dei lenti che quella della dance accanita.

La prima cadeva attorno alla metà degli anni ’80 dove ogni festa di compleanno era buona, oltre che per mangiare e bere, anche per aspettare il famoso momento in cui il dj (che poi era quello che stava accanto allo stereo a manomettere ondulanti dischi in vinile alternandoli a musicassette dai colori improbabili) attaccava con i pezzi per le coppie.

Anche per chi la coppia non ce l’aveva. E che anzi a quelle feste ci andava proprio per quello, per trovarsi, poi, in coppia (la famosa battuta di un amico che, in quegli anni, fu fermato da un buttafuori all’entrata di una discoteca con il “qui si entra a coppie” a cui rispose rapido con un colpo di classe alla McEnroe tipo “se fossi stato accoppiato, di certo non stavo qui”).

E allora, quando arrivava quel momento, ti passavi la lingua, allappatissima, sulle labbra, secchissime. Prendevi il coraggio a due mani. E ti tuffavi. Come in piscina.

Essì, che c’era da fare come minimo una vasca lunga tutta la sala. Perché avevi avuto la brillante idea di esserti rintanato in un angolo sul modello “da qui riesco a vederla facendo finta di non vederla e lei può vedermi che non la sto vedendo”. E quindi camminavi e ti sentivi tutti i riflettori e le stroboscopiche (c’era quella che Giovanni si portava dietro sempre, a tutte le feste, tipo coperta di Linus) puntati su di te. Su di te e quella tua stupida cravatta di lana che bestemmiavi  il momento in cui avevi deciso di indossare.

E mentre facevi tutte queste cose (che sarebbero le cose che quando le ricordi sembra che ci siano voluti quarti d’ora eterni affinché accadessero e che invece si erano mangiati al massimo 2 secondi e mezzo per compiersi in pieno), ecco, mentre succedeva tutto ciò, da sotto, lentalenta, cominciava la canzone.

Qualcuno si muniva di scopa: il maschio la poteva affibbiare ad un altro maschio rubandogli la dama e di maschio in maschio così si andava avanti.

Fino alla fine.

Della canzone.

E dell’adolescenza bella che fu.

P.S.

Mi sa che per la fase dance servirà un altro post.

WePost #10

L’ultima volta mi è capitato mentre gironzolavo tra gli scaffali di Ikea alla ricerca di non so che cosa.

Che quasi nessuno ci fa più caso ormai ma in ogni luogo all’interno del quale ci andiamo a ficcare per comperare qualcosa c’è sempre la musica. Più o meno in sottofondo. Ma c’è.

Che non è scelta a caso. Assolutamente no. C’è uno che non dorme la notte per individuare la scaletta esatta, quella che tende a rilassarti e a metterti bello a tuo agio con l’obbiettivo, neanche tanto nascosto poi, di arrivare a farti mettere mano al portafogli e ad acquistare qualcosa.

E però ti può anche andare male: tipo quando in un posto mi mettono su i Dire Straits e allora per principio non compro nulla.

O anche benissimo.

Perché quel pomeriggio lì (quello all’Ikea) io mi sarei comprato mezza Svezia solo quando ho sentito l’attacco delle prime note.

Che mi facevano venire in mente le prime immagini.

Perché mi riferisco ad una colonna sonora, subdolissima arma finale dei centri commerciali: la mettono quando sono alle pezze (un po’ come quando da adolescente The Power of Love era il corner certo a cui rifugiarsi per portare qualcosina a casa).

Che non è poi solo una (articolo indeterminato) colonna sonora. È la colonna sonora (articolo determinatissimo), almeno per me e qualche mio famiglio (tipo mio fratello che si commuove ogni volta).

Che ci vengono in mente solo cose belle ad ascoltarla.

E tutti quei baci che avremmo voluto dare ma che non abbiamo avuto il tempo di recapitare.

Fino poi a chiedersi, un paio d’ore dopo, il perché si è comprato un oggetto talmente inutile da non sapere neanche dove nasconderlo.

WePost #9

Anche se il titolo migliore sarebbe on za road.

Perché oggi è uno di quei giorni (sarà il sole, maggio, la primavera, l’odore del mare o quello che volete voi) in cui ti metteresti dentro una macchina avendo come bagaglio solo (e hai detto niente) gli amori della tua vita (giannagaiafratelloelesorelleacquisite) e te ne andresti.

Mica per sempre.

Ma per uno di quei giri che sembrano per sempre e che proprio per la loro finitezza certa ti gusti in ogni loro istante (sai che prima o poi finirà).

Però ci vuole la colonna sonora adatta perché sulla strada non ci si può andare sguarniti come dei dilettanti.

I professionisti ne avrebbero certamente una per il giorno. Quella che ti serve mentre attraversi paesaggi nuovi ed ogni angolo è una scoperta e la musica ti serve solo da culla. Non le chiedi nulla di più che farti da tappeto alle immagini che ti scorrono sotto gli occhi. Una cosa del genere, per dire

E un’altra per la notte.

Dove tutto si dilata e ti sembra a portata di mano. Quando gli abbracci, i baci, le mani che si toccano sono pixel infiniti del monitor del tuo cervello. Dove le strade sembrano che portino tutte, ma proprio tutte, ad uno stesso incrocio.

Ci vediamo lì allora.

WePost #8

Vi è mai capitato di aver ascoltato per mille e mille volte una canzone?

Mi riferisco a quella che non vi stanca mai e di cui avete mandato a memoria non solo le parole e le note (questo è banale) ma anche il battito cardiaco dell’autore durante l’esecuzione?

Che non è la vostra preferita di sempre perché, semplicemente, le preferite di sempre non esistono. Esistono le preferite di sempre per periodo.

A 18 anni hai una preferita di sempre che poi viene surclassata dalla preferita di sempre dei 20 che viene a sua volta doppiata da quella dei 23 e via andare. Fino ad arrivare ai 40 e ritrovarsi con la stessa preferita di sempre dei 16 (#soncose).

Insomma, vi è capitato. Perché altrimenti non sareste su questa riga del post e ve ne sareste già andati in giro da qualche altra parte della rete.

Il punto è che, d’un tratto, quella canzone, ascoltata in un determinato contesto, vi apparirà completamente diversa da come ve la siete suonata nella testa fino a quel momento.

Si apriranno come delle porte una dietro l’altra nella vostra testa, quasi come se qualcuno vi avesse sussurrato nell’orecchio il contenuto del terzo segreto di Fatima.

E invece non è nient’altro che aver toccato per la prima volta dopo i mille e mille ascolti il senso profondo di quella canzone (che poi ognuno c’ha il suo di senso profondo).

Quindi stavolta la canzone, la mia canzone preferita di sempre (del periodo, ovviamente) deve necessariamente scorrere con queste immagini sotto.

Infatti è stato nel momento preciso in cui ho visto il film che ho capito la canzone e, pensandoci bene, forse amo quel film solo perché mi ha regalato questa canzone.

Gli amici.

Le cose che si devono fare assieme e mai da soli.

Il non lasciare indietro nessuno.

E poi, chiaramente, il coraggio, l’altruismo e la fantasia.

WePost #7

Se non lo avete avuto in vinile questo è un passaggio difficile.

Qui non si celebra una sola canzone bensì un intero disco, un album.

Anzi no. Un LP. Ellepì. Qualcosa di estremamente fisico (c’aveva un profumo tutto suo).

Perché altrimenti, se lo vivisezionassimo, andremmo incontro a quello stesso fastidio che proviamo quando, ad esempio, siamo in macchina e la radio d’un botto passa quella canzone lì, sì proprio quella che ci piace assai e che consideriamo quasi solo nostra (sapete cosa intendo) tanto da cantarcela senza pudore pregustando il punto che sappiamo (sapete ancora meglio cosa voglio dire). Solo che, proprio in quel punto lì, lo speaker penserà bene di intervenire con una voce petulante per dire la sua su una cosa a cui non frega nulla all’umanità tutta intera.

 Insomma, un’emozione strozzata (in bestemmia).

Ecco perché qui si celebrano tutti i solchi di questo 33 giri. Perché ogni canzone è legata all’altra e ciascuna non può far meno della precedente o successiva. Si sfumano una nell’altra come gazzosa nel vino. Non c’è un inizio né una fine. È tutto circolare, soprattutto nell’atmosfera. Che mi sapeva tanto di nottate stropicciate che avremmo cominciato a vivere alcuni anni dopo.

La copertina del disco, poi, era tutto un programma e, neanche tanto sotto sotto, è stato il motivo per cui quel disco l’ho comprato.

Una moto con il lui che volevamo essere noi e che c’aveva la tipa, che volevamo pure noi, che lo avvinghiava forte.

Davanti e dietro (alla coppia ed alla moto) gli altri due.

E tutti e 4 che ti guardano fisso.

Ti stanno sfidando. Non ci credi ma è proprio quello che stanno facendo.

Invitano te, brufoloso adolescente degli anni ’80, a pigliare coraggio, salire in sella e fare quello che deve essere fatto.

Esattamente come Steve McQueen.

WePost #6

È per l’estate che arriverà.

O, meglio, per i giorni di vacanza dell’estate che verrà.

Anzi, per dirla tutta e fino in fondo, per il giorno successivo ai giorni di vacanza dell’estate prossima.

Che vista da qui, oggi che piove e sembra novembre, sembra davvero lontanissima.

Ma che arriva. Sì che arriva. Eccome se arriva.

Come questa canzone qui.

Che ti entra dentro, fa tutto il giro completo sanguevenecuoretesta e non ti lascia più (il video qui fa parecchio davvero).

Nella mia playlist di sempre è la canzone della micizia.

Che da piccolo la lettera “a” la lasciavo a parte: aicolloniùmaifriend

WePost #5 e il leghismo visto dal Sud (nel mio piccolo)

La prima volta che sono “salito” (le parole hanno davvero un senso profondo) a Milano era l’inverno 1992 e scorrevano i titoli di coda della I Repubblica.

Era cominciata la campagna elettorale per le comunali e la città era tappezzata di manifesti. Sempre gli stessi. Padroni a casa nostra c’era scritto. Mi erano sembrati subito violentissimi perché davano come la sensazione che si stesse tentando di maneggiare la politica e le parole alla maniera di chi si accende una sigaretta in una fabbrica di fuochi d’artificio.

Mi sembrava tutto pericoloso.

E come reazione uguale e contraria si sviluppò ancora maggiore il radicamento per la terra d’origine. Ed in questo mi fecero da colonna sonora alcuni gruppi con le loro canzoni.

Ma fu una su tutte che mi entrò dentro.

In via Capruzzi angolo viale Salandra. Da una macchina usciva fuori questa canzone (qui nella versione live).

Non essendoci ancora Shazam tentai di mandare in memoria le parole che poi avrei provveduto a cantare sottovoce al tipo della New Record per farmi ordinare il disco.
Soprattutto era il “machecazzocenefregaiorimangoqui” che segnava il territorio.

Capii, tempo dopo, che il bivio, in fondo, non era restare/non restare ma bensì cambiare/non cambiare.

 

Wepost #4

Oggi il post è il tentativo di raccontare quando ha fatto capolino nel nostro piccolo paese il rock italiano alternativo.

Anzi, meglio ancora. Non si vuole qui descrivere il periodo storico (si era appena scavallata la metà degli  anni ’80) bensì la modalità con la quale entrò nelle orecchie dei ragazzi locorotondesi la new wave nazionale, per dirla da fintoespertomusicalechenesatante.

A spiegarlo a chi oggi è sotto i trent’anni si fa davvero la figura del nonno rincoglionito che il giorno di San Rocco dal suo avamposto a capotavola spara minchiate a manetta senza che nessuno lo ascolti: ma, stoico, non arretro.

Ebbene lo sbarco avvenne attraverso la più classica delle musicassette: il fatto stesso di linkare la parola a wikipidia mi fa sentire vecchissimo.

Era una 46 di questo ne sono certo. Non ricordo la marca. Ma credo che nel mio caso dovesse essere una Maxwell (visto che le scroccavamo dal negozio del padre di Giovanni).

46 indicava i minuti di nastro a disposizione in totale. 23 minuti per ciascun lato.

In pratica il tempo giusto per un LP.

E lì dentro, in quella famosa cassetta, con un suono che era onestamente di merda (si tenga conto che era la duplicazione di una duplicazione di una duplicazione di altre mille duplicazioni, anche se ognuno rivendicava per sè di essere in possesso dell’originale) c’era qualcosa di esplosivo.

Il primo album di un gruppo che, per quanto mi riguarda, ha macinato musica nella stanzetta di casa dei miei per i successivi 4 anni (qui il loro capolavoro assoluto, secondo me).

E quando, accompagnato dall’inconfondibile fruscio di fondo, partiva questa roba qui

per davvero ci sentivamo tutti “eroe nel vento, è la noia che scava dentro me”. Insomma eravamo pur sempre degli adolescenti con i brufoli.

Il disco per intero non copriva l’intera cassetta.

E allora quel genio che fu il primo a copiare su cassetta il disco pensò bene di schiaffarci un pezzo-toppa: 6 minuti 6 di Angelo Branduardi e della sua fiera dell’est.

Che se io dovessi finalmente incontrarlo (il genio, intendo) non esiterei un attimo nell’abbracciarlo.

We Post #3

L’estate, in fondo, se la ricordano in tanti (soprattutto l’inverno quando fa freddo).

Quelle passate durante l’adolescenza, poi, quasi tutti.

Quella della maturità, invece, è semplicemente tatuata sulla pelle.

Assieme a tutte le cose fatte e soprattutto non fatte, in quei 2 mesi nei quali ciascuno vive come se i Maia fossero dietro l’angolo assieme alla loro profezia.

La mia (ma sarebbe meglio dire, la nostra) ha il gusto di una Renault 5 verdone e l’immagine di uno che, in costante ritardo di un quarto d’ora, teneva il volante con una mano sola: il palmo spalancato ad abbrancare la cloche centrale manco portasse un Boeing.

E di un’Alfasud bianca (sì, è vero, proprio alla Pasquale Ametrano) con gli interni in pelle marron (senza le e finale, mi raccomando).

Sa di discese a mare a passaggio (da miserabili, insomma) e di feste di 18 anni finite in rissa.

Sa di una piazza e di carri armati e di un ragazzo che gli si mise davanti  e che, in quel giugno caldissimo, cominciò a farci capire un po’ di cose.

Sa dei Pink Floyd a Venezia.

Ma ha il suono di questa canzone qui.

Che era di 4 anni prima, vero. Un po’ passata, verissimo.

Ma quanto ci piaceva stare a prendere il vento in faccia con quel “Sei in forma UE’, sono in forma SE!!”!

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