Pepecchio

Lo spirito sfranto dei tempi

Il menù, il cuoco e la legge elettorale

Gestisco un locale assieme ad alcuni amici.

Abbiamo tanta attenzione verso i clienti, che per fortuna sono tanti.

E a loro chiediamo anche di esprimere consigli su quello che offriamo.

Ascoltiamo i loro pareri con tutti gli strumenti di cui possiamo disporre: dal confronto diretto quando vengono a trovarci, allo scambio di mail, ai messaggi sui social.

Poi ogni 3 mesi abbiamo la necessità di modificare il menù.

E al nostro cuoco esponiamo sia le nostre idee che quelle che ci sono state trasmesse dai clienti.

Poi però al cuoco tocca decidere. Anche in base a quello che si può realisticamente cucinare in un locale come il nostro.

Quindi stila la lista dei piatti da inserire, di quelli da confermare e da variare e andiamo in stampa.

I clienti quando leggono il nuovo menù scoprono che alcune cose sono state recepite ed altre no.

Accade che alcuni ci restano un po’ male. Noi proviamo a spiegare che non era possibile inserire proprio tutto ma loro, quelli che ci sono restati un po’ male, ci dicono perché allora questa cosa l’avete messa e quella che dicevo io no.

A questo punto a me viene sempre da rispondere in una maniera abbastanza codarda, lo ammetto.

Scarico la responsabilità sul cuoco, dico che è lui che alla fine decide tutto, che io non ci posso fare nulla ma che mi fido delle cose che fa e sceglie e che se le tutto va bene, se anche loro con cui sto adesso parlando e che sono un po’ delusi del nuovo menù perché non hanno trovato i piatti che ci avevano suggerito sono tornati a trovarci, allora significa che tutto sommato hanno compreso che una decisione andava pur presa, che qualcosa necessariamente doveva rimanere fuori e che il menù doveva andare in stampa altrimenti tutti i clienti, sia loro che avevano dato quei suggerimenti che non avevamo accolto che quelli le cui idee erano state fatte nostre ma soprattutto quelli, la maggioranza assoluta, che non ci avevano mai espresso alcuna opinione alla fine si sarebbero stancati di leggere sempre lo stesso elenco di pietanze e ci avrebbero abbandonati, sarebbero andati tutti quanti a cena da qualche altra parte e avrebbero raccontato ai gestori degli altri locali che prima venivano da noi ma che avevano cambiato perché il menù era sempre lo stesso e che loro avevano provato a dare delle dritte, lo avrebbero detto anche quelli che di consigli non ne avevano mai dati, ma che il cuoco non riusciva mai a prendere una decisione.

Ecco, io la storia della legge elettorale la vedo un po’ così.

 

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