Pepecchio

Lo spirito sfranto dei tempi

Come un bambino in un negozio di giocattoli

basketDopo vent’anni che non lo facevi sei andato a giocare a basket: ad essere sinceri ti sei auto-invitato.

La palestra era quella. Non una qualunque ma quella con l’articolo determinativo davanti.

La stessa che c’avevi 7 anni la prima volta e ti affibbiarono quel nomignolo lì.

La stessa dai cui vetri i compagni di squadra più grandi ti facevano sbirciare lo spogliatoio delle ragazze.

Insomma quella dove sei diventato adulto.

Ci sei andato che volevi solo testare lo stato della caviglia per cui ti sei presentato con un abbigliamento alla Fantozzi: scarpe da jogging, calzettoni corti del mercato, pantaloncini Everlast da boxe di una tua zia ricca, felpa arredatori Ikea.

Sei entrato un po’ timoroso che gli anni di nascita dei giocatori sul parquet linkavano al tuo cervello le canzoni di quelle estati. Tu facevi il Tony Manero della Valle d’Itria mentre loro erano alle prese con le prime poppate. Giusto per capire il divario.

In più ti sentivi intimidito perché ricordavi precisamente che quando vent’anni fa faceva irruzione in campo un over 40 con il fare simpatico e la faccia da ebete da “io da giovane ho giocato con Meneghin” la prima cosa che ti ronzava nella testa erano frasi del tipo “ma vai a fare la spesa al supermarket con tua moglie invece che stare qui a rovinarci la partita”.

Vabbè, poi mi è bastato l’odore di quella palestra, quel misto tra gomma di scarpe da ginnastica (sottolineo l’anacronismo del termine “scarpe da ginnastica”), cuoio e parquet a farti rinvenire.

Si sono “buttate” le squadre. Ti hanno scelto i ragazzi che meglio conoscevi e ti sentivi già in dovere di offrigli da bere per una settimana solo per questo.

Hai cominciato a giocare.

E a parte il fatto che dopo 5 minuti ti sei sentito lo stomaco in gola, che senza occhiali da vista ti sembrava di aver fumato una canna, che hai preso un pestone che sono volate 3 madonne (Catena, Annunziata e Rosario), che un po’ di tiri era meglio che non li provavi proprio, che il giorno dopo alzarti dal letto non sarebbe stato semplicissimo, a parte tutto questo, sei tornato a casa con il sorriso più bello del mondo.

Lo stesso di tua figlia quando entra in un negozio di giocattoli.

 

P.S.

Grazie ancora a Piero e Francesco: loro non sanno il regalo che mi hanno fatto.

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Un pensiero su “Come un bambino in un negozio di giocattoli

  1. il tempo non passa, arriva (cit.). bel pezzo🙂

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