Pepecchio

Lo spirito sfranto dei tempi

Quello che ho capito a Bari

Sveglia presto come al solito, colazione, doccia, preparazione della pupattola e corsa a scuola prima della campanella, caffè di rimbalzo al bar.

Poi toccherebbe, come ogni sabato di mezzo ottobre che si rispetti, al più classico dei cambi di stagione negli armadi. Intendo dire quel “sposta di qua, metti di là, questo che lo tengo a fare, quello non ricordavo di averlo” di roba non tua: i maschi, o la gran parte di essi, occupano uno spazio armadio modello 4 stagioni come la pizza.

Però c’è la botta di culo. Oggi c’è Renzi. La prima uscita ufficiale per la corsa alla segreteria del Partito Democratico. E non una prima qualunque. Perché è a Bari, perché la comunicazione la curano i Proforma, perché ci si attende un discorso modello Lingotto.

Si parte in comitiva: Antonello, Martino e il sottoscritto. Il discorso dovrebbe cominciare alle 16. Noi alle 13 siamo già in macchina. Dobbiamo fare solo 60 chilometri ma l’intenzione è di fermarsi per strada a mangiare qualcosa di sano. Infatti dopo un chilometro e mezzo stiamo già vagliando le varie mozioni (culinarie e non congressuali): trattoria nel centro storico barese, un piatto di spaghetti con le cozze a Torre a Mare, un salto da Eataly.

Purtroppo, per le mozioni, la strada che da Locorotondo porta a Bari ha Laureto come passaggio obbligato. La macchina si inchioda, parcheggiamo alla crudele e facciamo il nostro ingresso trionfante dal Comandante. Arredato che c’era ancora Natta segretario, il bar è campione mondiale di panini ad imbottitura personalizzata con la signora Luisa (moglie del Comandante) che sovraintende a che non vengano mixate porzioni di sottaceti da denuncia penale.

Dopo il panino gustato, as usual, rigorosamente in piedi con annessa Peroni (il Comandante schifa la Dreher, tant’è), si riprende la via per la Fiera del Levante. Nonostante tutto arriviamo con un anticipo abissale per cui il vigilante all’ingresso ci comunica prima delle 15.30 non può entrare nessuno. E infatti in 5 minuti passa mezzo mondo. Tutti si qualificano giornalisti, staff, media partner, dj, società civile. Quando ci sfilano davanti anche Zoro e Damilano ormai la misura è colma per cui il vigilante ci dice che possiamo passare anche noi.

Caffè al bar e cominciamo il giro di ricognizione.

Il palco è al centro della sala. Circolare con un piccolo tavolino (circolare) al centro. Le telecamere puntate sopra. Gli striscioni con le parole della campagna che penzolano dal soffitto (Nicola Latorre si posiziona tra Futuro e Vincere, ahia). Un desk di accoglienza all’ingresso. Un po’ di ragazzi a fare le bandiere (termine tecnico). Colonna sonora di riscaldamento finalmente aggiornata all’anno del Signore 2013, diverse Hogan miste a tacchi a spillo in giro, molte camicie bianche (Latorre ne indossa una immacolata), una signora in prima fila proprio di fronte a noi con un giaguaro intero addosso (giuro), moltissimi scattano foto, tantissimi postano su tuìtter chiocciolando il vicino di sedia.

Siamo qui e vogliamo farlo sapere.

Incontro diversi amici, abbraccio Francesco che è un fratello, saluto Giacchetti di cui nutro grande stima. Ci sono anche quelli che un anno fa ti davano del fascistoide e che adesso ti salutano con un “che ci fai tu qui?” sapendo del mio sostegno a Civati. Non ci si può fare nulla: per alcuni la politica resterà sempre e solo posizionamento e fedeltà e mai confronto di idee e lealtà (che è soprattutto dirsi in faccia che non la si pensa allo stesso modo).

In fondo se sono qui a Bari è proprio perché credo nella buona compagnia (copyright Francesco), che ci confronteremo su cosa fare e come farlo durante il congresso ma che dal 9 dicembre alcuni personaggi, proprio quell’establishment che negli ultimi 20 anni ha fallito (Renzi al quinto minuto del discorso), quelli lì (Latorre era sotto al palco, per dire) dovranno accomodarsi nelle ultime file.

Al netto del panino del Comandante, dei baci e abbracci agli amici, del celo manca sui presenti, il discorso non mi ha entusiasmato, non ha quella rabbia bella dello scorso anno, non c’è più il “noi e voi” (d’altronde Latorre che era un voi adesso è un noi). Si dirà che è più politico, che Matteo è cresciuto, che ci va più con i piedi di piombo, che ha abbandonato la camicia bianca con le maniche tirate in su per far posto al completo scuro (Latorre s’è ingrugnito che l’aveva inamidata apposta apposta).

Non lo so. O meglio solo una cosa so.

Capisco che per i media viene più semplice, facile e vendibile assegnare il ruolo dell’antagonista a Cuperlo ma così non è.

Il Partito Democratico è già profondamente mutato. A giocarsi la partita della segreteria ci sono quei 2 ex ragazzi che nel 2010 avevano costruito assieme la prima Leopolda: Pippo Civati e Matteo Renzi.

Piaccia o no piaccia (a me piace un sacco) il futuro della sinistra italiana è lì in mezzo.

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