Pepecchio

Lo spirito sfranto dei tempi

Traumi adolescenziali

autografo venditti30 anni fa (non ricordo esattamente il giorno) passò da queste parti a cantare Antonello Venditti.

Tremila lire (questo me lo ricordo) allo stadio del pallone, come lo chiamavamo allora.

La Roma aveva appena vinto il suo secondo scudetto celebrandolo proprio con Venditti.

Insomma c’è questo evento qui. Che era organizzato grazie al sostegno economico di qualche ente istituzionale (Comune, Provincia, Regione, boh) e c’era tutta Locorotondo quella sera allo stadio. Noi (io + fratello + genitori) siamo seduti sulle gradonate di cemento.

Ad un certo punto mio padre mi dice di andare con lui. In pratica entriamo in campo e ci avviciniamo al palco. Anzi, più esattamente, alla zona da cui poi si accede al retropalco. Quella dove si trovano gli artisti.

Adesso ci bloccano, penso io.

E invece passiamo: mio padre all’epoca era un assessore comunale e sono certo che questo sia stato il suo unico atto in cui ha sfruttato una carica pubblica per accontentare qualcuno. Soprattutto se quel qualcuno era uno scassacazzi che stava da un’estate intera a struggersi tra Lilly e Compagno di scuola: madonna quanto mi atteggiavo a giovane Werther!

Oltre lo sbarramento una roulotte bianca che sembrava quella di Borotalco.

Non è che ci stessi capendo granché ma siamo entrati. C’erano tante persone e un sacco di ragazzini miei coetanei. Tutti si facevano firmare un foglio dal cantante. L’autografo. E per me era la prima volta (c’è sempre una prima volta) e non c’avevo neanche una penna.

Comunque si ritorna sulle gradinate e mi faccio tutto il concerto con questo pezzo di carta tra le mani manco fosse la reliquia di San Rocco. Attento a che nessuno lo tocchi, che magari qualche mano sudata lavava via l’inchiostro.

Torno a casa.

E corro da mio zio che si stava godendo il fresco e il giornale in santa pace.

Anzi non è che corro. Mi ci catapulto proprio.

Perché dovevo raccontargli dell’autografo che poi lui lo avrebbe detto ai figli e loro avrebbero rosicato forte nei miei confronti: c’era la classica guerra tra cugini all’epoca su chi entrava in possesso di una cosa più stupefacente delle altre. E quel pezzo di carta li avrebbe stracciati per l’intera estate.

Mio zio, abbastanza famoso per essere molto parsimonioso nell’utilizzo delle corde vocali, prese tra le mani il foglietto e dopo esserselo rigirato per bene mi fece segno di avvicinarmi al suo orecchio.

“Giusè di zio, sai cosa te ne devi fare adesso?”

Io ho pensato di dirgli lomettoinunacorniceemeloappendoincamera. Così, tutto d’un fiato.

Non ne ho avuto il tempo.

Perché lo zio già mi stava passando il foglietto a mo’ di carta igienica sul di dietro.

Così, senza parlare.

Ancora oggi lo so, che anche mi trovassi davanti le buon’anime di Elvis, Jim Morrison e Syd Barret (tutte ritornate in vita solo per bersi una birra al Docks), non avrei il coraggio di chiedere un autografo. Perché non appena quel pensiero prenderebbe forma nella mia mente, sarebbe subito scalzato dal gesto di “pulizia” dello zio.

 

Comunque la canzone di quell’estate era questa. Che ci accompagnava stretti in 8 nella Ritmo bianca del papà di Giovanni nelle discese a mare.

 

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