Pepecchio

Lo spirito sfranto dei tempi

Fiori di zucca, Pavlov e Platini

Quelle cose che quando eri piccolo sono riuscite a costruire tutta la tua personalissima scenografia del terrore.

Tipo tua madre che anche quando nel piatto restava sospesa l’ultima orecchietta, l’ultima proprio che non ce la facevi più a buttarla giù, scattava con il refrain “mangia che ci sono i bambini in Africa che muoiono di fame”. Che ti metteva addosso un’ansia ed una responsabilità sproporzionata. Perché non capivi come poteva essere legata quell’orecchietta ai poveri bambini africani e soprattutto, dopo un po’, ti convincevi pure che mangiandola ne avresti salvati a frotte come fossi superman e che poi avrebbero parlato di te al telegiornale dell’una e mezza e tuo padre ti avrebbe guardato orgoglioso.

Inevitabilmente tutto ciò non accadeva.

Ora, in cambio, succede altro.

Perché quando hai superato i 40 ed il metabolismo è inevitabilmente cambiato (le 2 pizze divorate consecutivamente in 10 minuti netti sono un ricordo che fa coppia con le punizioni a giro di Platini) e ti trovi davanti all’ultimo fiore di zucca fritto rimasto nel piatto dovresti sapere benissimo che dovresti lasciarlo lì, tranquillo, non dovresti neanche sfiorarlo con lo sguardo.

Ed invece anni e anni di pressioni psicologiche ti hanno trasformato nel classico cane di Pavlov. Anni e anni di pressioni psicologiche, la tua mente si affolla improvvisamente di una falange di bimbi africani, ti portano ad allungare la mano, afferrare il boccone, buttarlo giù. Sorridere pure (ti è sempre stato detto di non fare tragedie a tavola).

Fino all’indomani mattina.

Quando un bruciore alla bocca dello stomaco ti fa bestemmiare fiori di zucca, Africa e orecchiette. Tutt’assieme.

 

 

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