Pepecchio

Lo spirito sfranto dei tempi

A/R

7.30.

Zaino sulle spalle e appuntamento in mezzo al largo.

Lo sguardo di sguincio alla tipa che vediamo se mi vede che l’ho guardata facendo finta di non guardarla.

Il primo pullman. No.

Il secondo. Neanche.

Il terzo sì. Quello buono.

L’assalto per i posti.

Il controllore che arriva.

La richiesta, la solita. Tutta d’un fiato attaccata: locorotondomartinaandataeritorno.

E poi con gli occhi ad osservare quella sua macchinetta a tracolla che sembrava uscita da Guerre Stellari.

Una serie di leve e levette multicolori su cui smanettava anche se la richiesta era sempre la stessa per tutti, quella tutta d’un fiato attaccata.

Poi una girata secca alla leva laterale e a seguire un rumore come fosse l’apertura del baule dove tua nonna teneva tutte le coperte invernali.

Con l’uscita finale del biglietto. Che era come carta velina. Che se lo mettevi nel tasca posteriore dei jeans si scoloravano tutti quei numeri stampigliati in celestino.

Che poi, alla fine, qualcuno ha mai capito la sequenza logica di quelle cifre?

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