Pepecchio

Lo spirito sfranto dei tempi

La stazione

Da piccolo mi portavano alla stazione dei treni del mio paese.

Che allora era in piena periferia e da lì la casa dei miei sembrava lontanissima.

Perché quella è l’età dove tutto sembra infinito: le cose da fare, la vita ed anche il campetto dove si giocava a calcio.

Con mia nonna (quanto mi manca) si saliva sul primo treno che passava (Alberobello o Martina, non è che si andasse in Scandinavia!) e poi, una volta giunti a destinazione, si scendeva e si ripigliava quello che si muoveva in direzione opposta.

Il biglietto era un cinque centimetri per due bianco timbrato dal bigliettaio a terra con tutta la forza del mondo e dal controllore bucherellato con una pinzetta strana.

Mi piaceva passare sotto i ponti con la locomotiva che fischiava, vedere i trulli sparsi per i campi come meteore cadute da chissà quale mondo lontano, sentire i profumi che cambiavano ad ogni curva.

E poi impazzivo per le fontane.

Le fontane delle stazioni della Sud Est.

Sempre le stesse.

Identiche.

Che pure i pesci che le abitavano sembrava che prendessero il treno con noi per farsi un  giro fuori paese.

La foto, bellissima, è di Graziana Basile

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