Pepecchio

Lo spirito sfranto dei tempi

E se c’ero, non dormivo

In questi giorni mi è venuto in mente un pezzo di un libro.

Anzi, ad essere chiari e precisi, un pezzo del mio libro preferito del mio scrittore preferito. Parla di pallacanestro per parlare d’altro. Che gli scrittori, si sa, sono fatti così.

Allora la storia è questa.

C’è una partita, anzi la partita.

E il nostro protagonista preso dalle cose sue (Claudia, il suo amore) dentro questa partita decisiva.

Così tanto preso che quando durante il time out l’allenatore gli dice “e tiri tu” lui gli dice di sì ma non è che ci ha capito granché.

Per cui entra in campo un  po’ rintronato.

Alza la testa e vede il punteggio in parità e 23 secondi allo scadere e palla a loro.

Se segnano vincono.

E se segnano, dovrebbe segnare lui.

Solo che non ha capito una mazza di quello che ha detto l’allenatore (lo schema da attuare , per dirne una). Si ricorda solo quel “tiri tu”.

E allora con quel “tiri tu” si butta dentro l’area in terzo tempo. Salta il suo marcatore e si trova davanti il pivot che si è staccato dalla marcatura del suo compagno.

Si alza, è sul punto di tirare, la palla è quasi proiettata verso il canestro. Ma poi fa compiere una torsione al polso, scarica all’amico (quello che doveva essere marcato dal pivot) che la mette dentro facile.

Ecco adesso c’è il pezzo da cui prende spunto il post.

E che fa così.

No, chi gioca accelera e va, e se proprio deve capire allora capisce che probabilmente c’è una specie di dio della pallacanestro che assegna ad ognuno un numero decisivo di canestri nella vita, da distribuire tra partite – decisive e non -, allenamenti, tiri di riscaldamento e partitelle tra amici.

Ogni canestro che fai è un canestro in meno che ti resterà da fare. E non è che ne puoi segnare di più di quanti te ne sono stati concessi. E non è che possono essere mal distribuiti, no, se capita che ne fai qualcuno in più un giorno, poi ne farai qualcuno in meno il giorno dopo. Ma non molti di più un giorno, non molti di meno l’altro. E anche nello stesso giorno, se hai cominciato a farne molti, tra poco smetterai.

E dopo qualche anno che giochi, se stai attento, capisci quanti canestri puoi più o meno fare in un giorno. Capisci che se te ne fossero stati assegnati di più di quanti ne fai di solito, prima o poi sarebbero venuti fuori. Se non è successo, allora sono quelli, e devi imparare a misurarli.

Così capisci che per uno al quale non ne sono stati assegnati molti, non è una cosa buona farne tanti nell’ultimo allenamento prima della partita, oppure addirittura durante i tiri di riscaldamento. Capisci poi che se ne hai fatti quattro, o cinque, o anche sei durante la partita, beh, sarà difficile che farai il settimo.

Se sai tutto questo, sai anche che se in una partita decisiva ti chiedono di tirare l’ultimo tiro perché quel giorno hai fatto più canestri del solito – se stai al di sopra della media che hai più o meno capito di avere da quando hai cominciato a giocare – alla fine è meglio che passi la palla a un altro, perché è molto difficile che quel giorno te ne sia stato assegnato un altro”.

Che c’entra tutto questo?

C’entra parecchio con questo post e con il fatto che ci sono un paio di generazioni che si devono decisamente sedere a tavolino, prendere coscienza di essere diventare grandi, fare squadra e menare un po’ le mani (figurativamente, s’intende).

Perché altrimenti corriamo il rischio serio di vedere il prossimo anno i candidati di vent’anni fa.

Poi, è verissimo, a me Fox Retro piace un sacchissimo.

Ma non sarebbe malaccio sostituire finalmente alla nostalgia del passato una bella fame di futuro.

P.S.

Il titolo del libro è “E se c’ero, dormivo”.

L’autore, Francesco Piccolo.

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2 pensieri su “E se c’ero, non dormivo

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