Pepecchio

Lo spirito sfranto dei tempi

WePost #5 e il leghismo visto dal Sud (nel mio piccolo)

La prima volta che sono “salito” (le parole hanno davvero un senso profondo) a Milano era l’inverno 1992 e scorrevano i titoli di coda della I Repubblica.

Era cominciata la campagna elettorale per le comunali e la città era tappezzata di manifesti. Sempre gli stessi. Padroni a casa nostra c’era scritto. Mi erano sembrati subito violentissimi perché davano come la sensazione che si stesse tentando di maneggiare la politica e le parole alla maniera di chi si accende una sigaretta in una fabbrica di fuochi d’artificio.

Mi sembrava tutto pericoloso.

E come reazione uguale e contraria si sviluppò ancora maggiore il radicamento per la terra d’origine. Ed in questo mi fecero da colonna sonora alcuni gruppi con le loro canzoni.

Ma fu una su tutte che mi entrò dentro.

In via Capruzzi angolo viale Salandra. Da una macchina usciva fuori questa canzone (qui nella versione live).

Non essendoci ancora Shazam tentai di mandare in memoria le parole che poi avrei provveduto a cantare sottovoce al tipo della New Record per farmi ordinare il disco.
Soprattutto era il “machecazzocenefregaiorimangoqui” che segnava il territorio.

Capii, tempo dopo, che il bivio, in fondo, non era restare/non restare ma bensì cambiare/non cambiare.

 

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