Pepecchio

Lo spirito sfranto dei tempi

WePost #2

Ci sono delle canzoni che sono passate per radio, le hai ascoltate tanto, hanno pure venduto parecchio ma che ti sono entrate dentro dopo.

Non importa quanto dopo. Ma è dopo.

Che non è quel momento lì quando la ascoltavi di continuo.

È un altro tempo, è un’altra cosa.

Come se dopo esserti fatto massaggiare le orecchie per mesi avessi abbandonato quella traccia ma che lei, subdola, sia rimasta lì, nascosta da qualche parte. E che poi, lentamente, abbia fatto breccia da qualche parte, si sia creata il varco perfetto per conficcarsi dentro come lo stuzzicadenti nelle braciole della domenica.

Ognuno c’ha le sue (di tracce). Per me è questa qui.

E ho il ricordo nitido di quando ho avvertito la spina dentro.

Ero a Milano. Dalle parti di via Washington e precisamente ai Giardini Ciriello.

Primavera inoltrata (quanto bella è la primavera a Milano) disteso su una panchina durante la ridottissima pausa pranzo (altro che braciole).

Le cuffie calzate per bene. La funzionalità random del primissimo ipod che segnava il tempo.

Non so se siano stati i bimbi che giocavano attorno, il polline che girava forte mischiato agli odori acidi del particolato disperso nell’aria, ma mi è stato chiarissimo e limpido per la prima volta e in quel preciso momento che quel pezzo c’aveva, come tutte le cose, un inizio ed una fine ma che la fine, alla fine, era un nuovo inizio.

I’m never coming down, I’m never going down, No more, no more, no more, no more, no more” cos’altro era in fondo se non la sigla di apertura di un film nuovo e non come io, scemo, avevo sempre pensato (ma solo fino a quell’istante, dopo non più) la fine scontata (e anche un po’ retorica) di una bella ballata.

E allora l’inizio con tutti quei discorsi sull’invecchiare (“All this talk of getting old”) altro non diventano che la fine, che il momento stesso del racconto, l’attimo del ricordo.

Semplicemente quello che sto facendo io adesso, ora, nell’stante preciso in cui queste parole che stai leggendo passano dal cervello ai polpastrelli e da qui sulla tastiera del mio pc mentre mi fa da sottofondo la mia playlist.

Dove, nonostante non funzionino granché, The drugs don’t work, ci sarà sempre.

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