Pepecchio

Lo spirito sfranto dei tempi

WePost #1

Questa è dell’85 ma io l’ho scoperta l’inverno dopo e faceva freddo. Che questo me lo ricordo bene (che faceva freddo) perché la canzone la ascoltavo con le cuffie del walkman alle orecchie (con le spugnette mezze venute) tutto runturcinato sotto il piumone imbottito “questo era della nonna” che pesava 102 chili e ti abbassava il battito cardiaco.

Che era già flebile di suo quando entravano le prime parole. Quel “Ci sei perché il mondo gira, siamo in tanti. Ci sei perché lassù c’è un cielo che a volte mette paura, a volte scapperei” tanto sussurrato che ti veniva normale mettere mano al volume per alzarlo un po’.

E però era quel momento come quando qualcuno ti stava per mostrare il suo diario segreto, come quando giravi il lucchetto con la chiave e aprivi il baule su in soffitta. Era come entrare in un mondo nuovo per la prima volta. Che non era tuo solamente, perché tu lo sapevi che c’erano altre migliaia di adolescenti rinturcinati per il freddo in quello stesso istante con le cuffie mezze andate ad ascoltare quella stessa canzone ma la condivisione non abbassava di mezzo punto l’unicità di quel momento.

Nella strofa successiva la cosa cominciava a complicarsi mica da ridere e quel “mi confondo se mi accorgo che pensi a me” ci ha dato la libera licenza di farci arrossire per i successivi 20 anni di relazioni amorose e non si capiva se stesse parlando lui o lei o lui per lei. Insomma un macello.

Che sfociava poi nel “Ci sei perché, basta una scusa detta piano e si muore un po’” che ho sempre cantato (anche ora che i testi li posso leggere su internet quasi quasi mi scappa ancora) “ci sei perché, basta una scusa e il gabbiano e si muove un po’”. Cioè io per anni (e quali anni poi!) mi sono fatto un sacco di menate su questa frase che non capivo e che neanche c’avevo voglia di confessarlo a qualcuno perché a me quel gabbiano una mezza idea di cosa potesse essere me l’aveva data.

Ma, in ogni caso, il verso che valeva tutto era subito dopo.

scappi in fretta sulla luna per buttarti giù, giù tra la mia pelle e il paltò”.

Ancora adesso mi piace immaginarla questa cosa. Come un’intercapedine che si crea tutt’attorno a te e una persona (quella persona) ti si viene a trovare lì in mezzo. Proprio lì, tra le maglie, magliette e maglioncini e golfini che ci si metteva su vestendoci a cipolla.

Vabbè poi c’era anche il paltò ma cosa fosse per davvero lo scoprii solo qualche anno dopo.

P.S.

Questo dovrebbe essere il primo di una serie di post del venerdì (da qui il titolo Week End Post) su canzoni che credo possano aver avuto un certo impatto sulla crescita e salute mentale di tutta una schiera di persone (me sicuramente).

 

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