Pepecchio

Lo spirito sfranto dei tempi

Poliba

Sono un ingegnere. Ma è una questione puramente estetica: non esercito. Ho studiato a Bari. Politecnico di Bari. Ci sono tornato qualche giorno fa. Il parcheggio delle auto con la sedia del posteggiatore abusivo è il segnale: qui non cambia nulla, qui il tempo è fermo. Come il mare calmo di questi giorni di luglio che sembra dirti “io aspetto, tanto prima o poi passi da qua”.

Il bar in perenne ristrutturazione neanche fosse il duomo a milano.

E poi la sequenza scontata, la catena di montaggio umana della colazione.

In rigoroso ordine.

Alla cassa vecchietto con testa bianca impomatata.

A seguire ragazza il cui unico compito è quello di allungarti il cornetto o il bombolone, giocando d’istinto con gesto automatizzato continuo. Io chiedo solo un caffè ma il suo gesto non ammette repliche. Prendo il cornetto e vado oltre.

Al bancone, doppietta di fratelli: uno ai caffè, l’altro alla mescita dell’acqua d’accompagno al caffè (che qui è d’obbligo).

Tra gli avventori il muto della biblioteca con il suo caffè al ghiaccio, il bidello che mi portava in aula la stecca di contrabbando con l’espressino (marocchino a milano).

Poi esco dal bar e mi avventuro nella piazza che è una serra con il tetto in plexiglas. Mi siedo sulle scale a fumare una sigaretta, la musica nelle orecchie (ancora assalti frontali, picchiatemi se volete…), gli occhi che guardano.

E capisco una cosa: il bar è l’ultima sacca di resistenza al cambiamento, è il giapponese chiuso nel bunker quando la guerra è finita, è sacchi di sabbia dietro alla finestra contro gli spifferi.

Tutto è diverso attorno.

Non annuso l’aria ottusa e fetida di dieci anni fa. È come se qualcuno avesse aperto le finestre e fatto cambiare aria, come scommessa scritta su terra. Ma leggera, lieve: non per questo superficiale. Come questi ragazzi che corrono da un punto all’altro. Libri, biciclette, manifesti alle pareti, caparezza in concerto, gruppi di studio sotto al sole, giorni di esami, sorrisi, sorrisi, ancora sorrisi.

Quando esco ritrovo la sedia nel parcheggio. Sedia e nulla più. Nessun posteggiatore all’orizzonte. E la batteria bruciata della mia auto.

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5 pensieri su “Poliba

  1. Napoletano in ha detto:

    uèèèèèèèè, ingegnèèè…

  2. checc’era nel parcheggio?

  3. Anonimo in ha detto:

    campioni!
    campioni!
    campioni!

  4. Anonimo in ha detto:

    E ora l’amnistia!!!

  5. Anonimo in ha detto:

    ingegnèèèèèèèèèèèèè, io doppio!!!

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