Pepecchio

Lo spirito sfranto dei tempi

Kowalski ma solo per pochi

Ti trovi ad uno spettacolo teatrale (bellissimo!!!) sulla memoria. Memoria, storie, Storia e sogni. Il solo nome del protagonista dello spettacolo ti fa risalire su dall’imbuto, dritto dritto in gola, i versi di una vecchia canzone (“Kowalski e Paolo Rossi al Ferrante Aporti erano ai ferri corti…”, Gang, 1993), poi ti vai a prendere una birra al Turnè che anche Moscatelli è diventato un posto di fighetti (vè gaia??), ti riposizioni sulla bici, fluido, aerodinamico, aria e corpo, rientri in cortile. L’ultima sigaretta seduto sulle scale e sotto gli occhi ti si presenta un tappo. Un semplice tappo di latta.

E ti sei fottuto anche quelle poche ore di sonno che ormai ti concedi.

Quel tappo è la mia madeleine stanotte: è il mio dolce di memoria. Quel tappo sono tutte le gare di tappi fatte tra le scale della chiesa e la villa comunale. Ogni tappo era un pilota di F1. Io ero Piquet, Nelson Piquet Souto Maior. Franco era Patrese, Riccardo Patrese. Franco disegnava i tappi. Bellissimi. Io e Franco facevamo squadra. Eravamo la Brabham. Giovanni era Didier Pironi, mi sembra, non ricordo bene. Ricordo benissimo invece che le gare venivano organizzate proprio da Giovanni e che a volte venivano posizionate in momenti della giornata in cui né io né Franco potevamo esserci (Giuà, poi a carnevale ti pigliavi le mazzate con i manganelli ripieni di pietre, ma che te lamentavi a fa??). E Michelangelo? Chi era Miki? C’era Laffite Renault Turbo con il suo fazzoletto perenne nella mano destra e Cataldo Vinci da Taranto (un monumento alla follia).

Tiro secco al tappo, le scale in successione a scendere e risalire, d’estate il giro della morte tra le piastrelle rovinate della piazza, la pioggia e i tappi truccati con la cera, i pantaloni bianchi da gelataio, il panino con la mortadella da 500 lire. 

Novembre scorso: qualcuno si aggirava dalle parti di Piazza Duomo durante la maratona di Milano e sente lo speaker annunciare “il concorrente Vinci Cataldo è pregato portarsi…”.

Lo abbiamo immaginato correre verso i giudici con il suo “spacco tutto. No, io qui spacco tutto”.

La mia madeleine a milano, stasera, nel mio cortile.

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2 pensieri su “Kowalski ma solo per pochi

  1. Mi hai fatto venire in mente quando da bambini andavamo a mettere i tappi di latta sui binari del tram per farli piati e giocare a rimpiattino, cazzo quanto tempo è passato…

  2. Ricky Patrese in ha detto:

    Per aumentare il grado di difficoltà e movimentare la regolarità del percorso delle scale veniva, appunto, aggiunto il giro della morte nella piazza antistante, dove i mattoncini mancanti, o sbrecciati, o divelti, erano le insidie (la morte) che potevano impantanare e permettere l’epica di grandi rimonte (guai a subirle).
    Poi giunse il tempo dei tracciati disegnati con il gesso in villa, ricopiando fedelmente i circuiti della F1, per i quali l’alternarsi delle curve su una pavimentazione ruvida e non levigata rappresentava la difficoltà aggiunta con cui misurarsi.
    In un crescendo di euforia emulativa si arrivò persino a disegnare i box, e noi ci si sentiva un passo più in là, un passo più vicini ai veri piloti. Ai box ci si fermava per cambiare tappo, ma fermarsi significava allungare il proprio percorso a vantaggio degli altri. Fermarsi ai box era un puro esercizio di stile e solo chi (deadamich) non aveva grandi pretese di vittoria poteva concederselo.
    Alla fine, il travaso di entusiasmo verso altro si accompagnò al male dei tappisti: il blocco psicologico.
    Un’occhiata al tappo e una all’obiettivo, si dosava la forza di spinta ma il dito indugiava e non scattava più con l’immediatezza di sempre. La paura e l’ansia montavano e occorrevano sempre più tempo e concentrazione.
    Il blocco si imponeva gradualmente, sempre più inesorabile e sempre più insuperabile, era l’avvisaglia di una tensione crescente e il segnale del tempo dell’abbandono.
    Così è stato il declino di molti tappisti.
    Preparare e disegnare il tappo era, e restava sempre, una vera e propria ricerca (e applicazione) di una sorta di estetica della bellezza.
    Grande soddisfazione a lavoro ultimato. Specie poi se riconosciuto e legittimato anche dagli altri.

    Momenti di sole, di mani sudate e sporche, di frenetico rincorrersi, di incantevole distacco dalla realtà.
    Era il nostro mondo, quella dimensione in cui, scanzonatamente, si rideva di tutto e tutti e bastava veramente meno di poco per giocare e divertirsi.
    I primi videogiochi (gli atari) erano ancora di là da venire.

    Tuttora, però, ogni volta che ci si rivede, gioisco e rigioisco alla sistematica dimostrazione che quella dimensione, proprio quella del ridere del tutto e tutti, in verità, esiste ancora.
    E’ lì, che ci appartiene, ed è lì che, alla fine, ci ritroviamo sempre.
    Un dolce brivido di sottile piacere.

    Un abbraccio al mio capitano.

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