Pepecchio

Lo spirito sfranto dei tempi

La gara bambino/portone

Cerco di farla breve e provo a limitarmi alla fredda cronaca e alle nude sensazioni, sapendo di non riuscirci (a volte mi sento il Denilson delle parole, gran gioco di gambe, finte, controfinte….concretezza nulla) Venerdì sera ore 20.00 partenza da Linate direzione Brindisi. Un paio di giorni in Puglia, inizialmente pianificati per il solo compleanno di Gianna, a cui poi si sono aggiunti altri incontri/scontri (concorsi pubblici & prospettive di radiosi futuri, depuratore di acque e SOLI dell’avvenire….ma è un altro post, credo, si vedrà….). Insomma alle 21.30 sono fuori dell’aereoporto di Brindisi con portatile e trolley (rigorosamente vuoto e destinato a riempirsi solo per il viaggio di ritorno: mozzarelle, orecchiette…il dogma dei veri viaggi dell’emigrante-migrante-migrato-ingrato….): mi tocca aspettare 30 minuti fuori perché Gianna riesce ad essere in ritardo anche in questo caso. Ma non fa male: l’aria è frizzante, la cadenza delle persone intorno gradevole (ggradevole, direi…), l’ultima sigaretta inviatami dal Portogallo (Tak, Stine) gustosa (ggustosa, obviusly). Arriva Gianna, in macchina, pronti, via. Direzione Locorotondo. “Mi faccio una doccia e poi andiamo a mangiare qualcosa?”. “Perfetto”. “Lasciami sotto casa, mi faccio trovare qui tra una mezz’ora”. Scendo dalla macchina, 10 passi, 5 passi, fuocherello, fuoco. Mi trovo davanti ad un portone che non ho mai visto: eppure è via Martina 82. Il condominio è questo, nn ho ancora bevuto e neanche fumato (che ora nn si può più…). “Ma è cambiato il portone”. Un trionfo di anticorodal (…la rovina dei falegnami….) al posto di quel portone finto-laccato-oro, un pezzo originale dei primi anni settanta, che mi ha accolto qui per più di 30 anni vedendomi, lui sì immobile, silenzioso, senza dare alcun giudizio etico-morale, nelle peggiori (o migliori…sostanzialmente è solo questione di punti di vista) condizioni. Ma la prima cosa a cui la mente si è rivolta è stata al gioco del portone che facevo da bambino (per la verità si è protratto ben al di là dell’adolescenza….). Requisito fondamentale per poter giocare era possedere un bel portone, possibilmente con il richiamo di chiusura malandato e quindi rallentato, possibilmente in un condominio, possibilmente con la propria casa ad un piano alto (non per questioni di censo ma perché il gioco si faceva più difficile…): Il gioco era questo: tornando a casa si apriva il portone, si esprimeva un desiderio e si lanciava il portone in avanti (lentamente, con grazia, sfruttando al massimo il punto morto subito dopo il quale il portone avrebbe cominciato la sua corsa verso la chiusura: il capolavoro dell’artista stava tutto qui). Da questo momento cominciava la sfida bambino-Pepecchio/portone: affinché il desiderio espresso potesse trovare una sua applicazione reale si sarebbe dovuti arrivare alla porta di casa prima della chiusura del portone. Quindi riepilogando: apertura portone, desiderio, lancio portone e contemporanea corsa per le scale. Affannosa, gradini a 3 per volta, tornanti facendo perno sul piede interno: insomma una cosa assurda. E tutto per un desiderio: quasi sempre il bacio di quella ragazzina o il suo semplice sguardo, spesso (molto spesso) quello di segnare il punto decisivo all’ultimo secondo nella prossima partita del campionato di basket, insomma stronzate così… Mie personalissime ricerche, quasi sempre durante serate in cui il vino aveva liquefatto le barriere delle proprie personali dignità, mi hanno fatto scoprire un vero mondo di sfide bambino/portone: ciascuno aveva la sua tecnica, ciascuno il suo portone, ciascuno i suoi piani da salire…..e qui si apre un mondo.

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7 pensieri su “La gara bambino/portone

  1. Alessio in ha detto:

    Ti capisco Pep, è una brutta botta.

    Per fortuna che a casa mia c’è ancora il portone di vetro… a volte riesco a bruciarlo e ad arrivare al pianerottolo del primo piano prima che si sia chiuso (rischiando l’infarto e sudando come un mulo per i seguenti 50 minuti, ma vuoi mettere la soddisfazione…)

  2. Sigmund in ha detto:

    Serei lieto di ospitarVi entrambi nel mio studio per un colloquio. Sospetto OCD.

  3. Alessio in ha detto:

    Per me va bene solo se lo studio è almeno al 2o piano e il portone si chiude lentamente in maniera tale da poter arrivare al 1o piano prima che si sia chiuso.

    Saluti da Jung.

  4. pepecchio in ha detto:

    Sei il solito cazzone, alessio. secondo me arriviamo anche al 15esimo.
    Saluti da Musatti Cesare

  5. Mir in ha detto:

    Ma poi si e’ mai realizzato uno di quei desideri? Perche’ sai e’ quello che io continuo a chiedermi: cosa scaturisce dai desideri insoddisfatti?

  6. pepecchio in ha detto:

    Alcuni desideri si sono realizzati. Gli altri sono stati concime per nuovi desideri. Forse è questa la fine dei desideri insoddisfatti: semplicemente generarne altri.

  7. nostalgiacanaglia in ha detto:

    …e dell’ascensore ne vogliamo parlare, con quel tasto così duro che sembra che non si spinge mai ma poi l’ascensore arriva… e dove il prof diventò molto rosso paonazzo a causa di quella strana vergogna nauseabonda…

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